Come si ferma questa Francia, una delle nazionali più forti di sempre? La speranza (degli altri) è un limite culturale: la tendenza a specchiarsi nella loro grandeur
L’inchino di Didier Deschamps nei confronti di Kylyan Mbappé, quando il centravanti sta raggiungendo la panchina dopo la sostituzione al tramonto di un match vinto dalla Francia 3-0 sulla Svezia – ma che se fosse finito 6-0 nessuno avrebbe potuto parlare di scandalo -, è una delle immagini iconiche di questo mondiale 2026. “Quando un giocatore porta sulle spalle le speranze di un’intera nazione e riesce ancora una volta a fare la differenza in un palcoscenico come questo, merita solo rispetto”, dirà il ct della squadra più spettacolare del torneo. Oltre la terza doppietta di Mbappé in questa avventura in terra americana, c’è la bellezza di un’orchestra che può contare su musicisti di altissimo livello, a cominciare dal reparto avanzato: Olise (cinque assist finora), Dembélé, Barcola, Doué, Thuram, Mateta, ai quali si aggiungono i vari Rabiot, Tchouameni, Koné, Hernandez, Cherki, Maignan, Koundé, Zaire-Emery. Una corazzata e, nell’insieme, una delle migliori nazionali di sempre. “Altissimo potenziale”, titola l’Equipe. Descrizione perfetta.
La Francia era indicata la favorita numero uno di questo mondiale a 48 squadre. Finora, ha rispettato le attese. Facile, si dirà, con quel numero spropositato di campioni, ma si parlava bene anche di Germania e Olanda: abbiamo visto come è andata finire. La Francia sia viaggiando leggera, con improvvise accelerazioni che mandano in tilt gli avversari. Avvolge gli avversari con una rete di passaggi, ma quando all’improvviso si affondano i colpi per linee verticali, la banda di Deschamps diventa irresistibile. I gol non sono mai banali, figli di trame perfette: la rete di Barcola alla Svezia è uno spot del calcio moderno. Mbappé è il Messi della Francia e non è un caso che condivida la testa della classifica cannonieri con il fuoriclasse argentino, a quota 6: dieci anni di differenza, un confronto anche generazione. Il limite di una nazionale bellissima, se vogliamo, potrebbe essere culturale. Anche questi francesi figli del melting pot hanno assorbito qualche difettuccio della nazione madre: la presunzione, per essere chiari. Specchiarsi per ammirare la propria bellezza è l’unico limite intravisto finora, sebbene in dosi minime rispetto al passato. La famosa “grandeur” che abita in tutte le teste dei francesi.
Ora, negli ottavi contro il Paraguay, nazionale ben impostata sul piano tattico dall’argentino Gustavo Alfaro e con la formidabile spinta propulsiva di chi viene dalla povertà e vuole compiere la scalata sociale, vedremo se lo spartito francese funzionerà ai massimi livelli anche in una sfida che potrebbe rivelarsi spigolosa. I paraguayani non saranno accomodanti e quasi rassegnati come sono apparsi gli svedesi. Useranno tutte le armi a loro disposizione, come si è già visto contro la Germania. Poco fioretto, molta sciabola e, all’occorrenza, il coltello. La famosa “garra” sudamericana. La Francia sta viaggiando a livelli altissimi da un decennio. Persa la finale europea in casa contro il Portogallo nel 2016, i Blues hanno conquistato il titolo mondiale in Russia nel 2018 e sono stati superati ai rigori dall’Argentina nel 2022, in Qatar. Quella attuale sembra una squadra più bella e più forte di quelle che l’hanno preceduta, ma la vera novità è che Deschamps è riuscito a creare un gruppo solido. “Lo spirito non basta per vincere le partite, ma quando avviene il contrario, è molto più facile perdere. La forza collettiva viene al di sopra di tutto”, racconta il ct dei Bleus. L’affetto mostrato all’allenatore, tornato negli Stati Uniti dopo il viaggio lampo in Francia per l’ultimo saluto alla madre scomparsa, è sembrato sincero. Sentito. Un corpo e un’anima, con una dose torrenziale di talento. Chi ama il calcio, non può non amare questa Francia.