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Ti ricordi… Jay Jay Okocha, il “fratello maggiore” di Ronaldinho che fece “venire il mal di testa” a Oliver Kahn

Dal talento sbocciato per strada a Enugu alla medaglia d’oro di Atlanta 1996, passando per Bundesliga, PSG e Bolton: la storia di un fantasista capace di trasformare ogni partita in uno spettacolo
Ti ricordi… Jay Jay Okocha, il “fratello maggiore” di Ronaldinho che fece “venire il mal di testa” a Oliver Kahn
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L’odore dei fossi lo riconoscono in pochi. Per Ligabue era una questione d’anima e di provincia, ma in certi angoli del mondo devi metterci tutti i sensi: la vista, il tatto e magari svilupparne di nuovi, del tutto sconosciuti al resto del mondo. Perché se sei sulla strada a Enugu, in Nigeria, e in uno di quei fossi ci finisce l’unico pallone del quartiere (quando va bene, un pallone, altrimenti sono frutti o qualsiasi cosa vagamente sferica) la partita è finita. Semplicemente. Ed è lì che l’esigenza si fa arte. Ti inventi controlli da equilibrista e giochi di prestigio per salvarlo, quel pallone, affinando una magia che già la natura — o Dio, o chi per loro — aveva distribuito a piene mani in quei piedi e in quella testa.

La fantasia serve, infatti, se pure il soprannome, Jay Jay, per te è al terzo utilizzo: prima per James, fratello più grande, poi per Emmanuel e infine per Augustine Okocha, che non lo passerà più a nessuno. In strada il rispetto si guadagna (anche) con un tunnel o un sombrero e ben presto Jay Jay diventa l’oggetto del desiderio per i tornei dei più grandi. A 17 anni è già un giocatore degli Enugu Rangers e quando in una delle prime partite si fa beffe di Willy Okpara, portiere nel giro della nazionale nigeriana, diventa a tutti gli effetti una star nazionale.

Qualche mese dopo gli esordi decide di andare in Germania a trovare il fratello e l’amico Binebi Numa, che peraltro gioca in terza divisione nel Borussia Neunkirchen: al campo Jay Jay chiede di potersi allenare per non perdere la forma, ma vedendolo toccare il pallone l’allenatore Horst Brand resta letteralmente a bocca aperta. “Puoi tornare anche domani?”, gli chiede e informa la società: ovviamente di fronte a quel fenomeno non c’è un minuto da perdere, va tesserato immediatamente. Il rammarico di Brand è che Okocha non possa giocare, viste le regole di allora, gli spareggi promozione: “Altrimenti avremmo avuto molte più possibilità di venire promossi”, ricorda il mister.

In terza divisione lo nota Dragoslav Stepanović quasi per caso durante una partita e lo porta all’Eintracht Francoforte per 25mila marchi: nulla. Prima di quell’offerta Jay Jay ne aveva ricevuta una dal Bayern Monaco, che però voleva prima provarlo nella sua squadra dilettantistica. “No grazie, voglio fare il professionista”, risponde Okocha e pochi mesi dopo con l’Eintracht fa capire ai bavaresi che aveva ragione, facendogli gol.

Un saggio di quella classe sopraffina, sempre nel ’93, lo offre a Oliver Kahn, allora portiere del Karlsruhe: riceve palla in area, finta su un difensore, finta ancora, ne supera alcuni più volte e poi deposita il pallone in gol. Il portiere, mai generoso di complimenti per gli avversari, ammette che “Dopo decenni ho ancora mal di testa per quel gol”, per il neo tecnico tedesco Jürgen Klopp invece è semplicemente “il gol più bello nella storia del calcio tedesco“.

L’idillio tedesco, però, si incrina quando a Francoforte arriva Jupp Heynckes. L’allenatore incarna il rigore germanico: esige disciplina, ritmi difensivi e tattica ferrea. Per Jay-Jay il calcio è gioia, e la rigidità di Heynckes è una gabbia invisibile. Lo scontro è inevitabile: Okocha, insieme alla stella Tony Yeboah, finisce ai margini. “Non siamo soldati”, farà capire il nigeriano. Ma è proprio per questo che la gente lo ama: per quell’anarchia meravigliosa.

Con la Nigeria, quell’anarchia diventa d’oro. Alle Olimpiadi di Atlanta 1996, le Super Eagles incantano il mondo eliminando Brasile e Argentina. È una cavalcata epica, fatta di gioia pura e burocrazia folle, con i giocatori costretti a lavarsi le maglie da soli negli alberghi americani. Ma con la medaglia d’oro al collo, l’Africa intera sale sul tetto del mondo e Jay-Jay ne è il re.

Nel 2002, dopo la parentesi al PSG dove fa da mentore e “fratello maggiore” a un giovanissimo Ronaldinho — che da lui assorbirà segreti e trucchi del mestiere — sceglie l’Inghilterra. Tra lo sconcerto generale firma per il Bolton Wanderers di Big Sam Allardyce. In un calcio fisico e polveroso, Okocha porta la poesia. I tifosi del Reebok Stadium impazziscono e inventano il coro definitivo: “Jay-Jay, so good they named him twice” (Così forte che l’hanno chiamato due volte). Diventa capitano, trasforma una squadra di provincia in uno spettacolo europeo e insegna agli inglesi che il pallone può anche danzare.

L’essenza del suo calcio, però, non è mai cambiata, nemmeno da ex giocatore. Durante una partita esibizione tra vecchie glorie, Okocha inizia a regalare giocate spaventose, tunnel al millimetro e sombreri ridicolizzando gli avversari. A un certo punto Samuel Eto’o, esasperato e divertito da quell’ennesima lezione di coordinazione e irrisione, fa cenno alla panchina e gli chiama il cambio: “Fermatelo, sta facendo impazzire tutti!”.

Perché Jay-Jay Okocha è stato questo. Un artista prestato al professionismo che non ha mai dimenticato l’insegnamento di Enugu: non importa dove giochi, se in un tempio della Premier League o in un campetto polveroso. L’importante è non far cadere il pallone nel fosso e strappare un sorriso a chi guarda: e se ci scappa pure un mal di testa agli avversari tanto meglio.

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