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Ottant’anni di Vespa, al raduno romano manca paradossalmente un po’ di calore

Questo popolo di vespisti di cui faccio parte avrebbe meritato qualcosa di più
Ottant’anni di Vespa, al raduno romano manca paradossalmente un po’ di calore
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di Carblogger

Vespa Vespa Vespa! A 80 anni, si festeggia una repubblica oppure si diventa vecchi, anche se mia madre ha ammesso questa parola solo verso gli 86. La Vespa compie 80 anni e non ha né un ordinamento democratico né un’età avanzata per salutarci per sempre.

Così i Vespisti di tutto il mondo si sono dati appuntamento a Roma, chiamati dalla casa madre Piaggio che allo Stadio dei Marmi ha organizzato un Village per una quattro giorni. Dj set, sponsor, food, la sola fila è al negozio del merchandising con prezzi da gioielleria. E parata per il centro storico di Roma, sabato 27 giugno. Ore 9. Gradi verso i 40, per santi e martiri.

Su WhatsApp, essendomi accreditato come giornalista, mi arriva una dritta “riservata e confidenziale” dal Vespa Club World su come raggiungere a umma umma la testa del corteo a Caracalla con la mia Vespa GTS 300 Blue Midnight, non da collezione. Da cronista d’antan, faccio prima da solo, anche considerando che oggi i vigili urbani sembrano permettere quasi tutto a chi cavalca una Vespa. Semafori rossi, sosta vietata, motori truccatissimi.

Roma è semideserta, tutti al mare, anche se a mostrar le chiappe chiare alla Gabriella Ferri sono le PX e altre bianche, beige e grigie di ogni epoca.

Sono le 9,22 e alla partenza mi gioco sicuro qualche anno di vita. Ingoio nuvole di polveri sottili e di monossido di carbonio, omaggio da due tempi e da miscela scanditi dai clac dei cambi manuali. Una enormità di 25mila presenze, contano gli organizzatori, per fortuna non c’è il contro dato della questura. Che, come per le manifestazioni, tanto direbbe al massimo 3mila.

I sanpietrini romani fanno da barbecue, la carne siamo noi, nessun profumo pervenuto. Questa volta non raccolgo storie dai vespisti di tutto il mondo come ho fatto anni fa al raduno di Mantova, a casa di Colaninno padre. Ero lì da inviato speciale vespista, organizzazione perfetta, Vespa e casco prestati dall’ufficio stampa con obbligo di restituzione alla fine dell’evento, con sti giornalisti non si sa mai.

Oggi come a Mantova, sento parlare lingue conosciute e sconosciute, l’orgoglio di esserci e di mostrarsi. Invano cerco un iraniano venuto con la propria Vespa da Teheran: aveva pensato di spedirla a Roma in aereo ma quei criminali lambrettisti di Trump e Netanyahu gli hanno fatto cambiare idea. Mi dicono che dei colleghi di ZDF, la tv pubblica tedesca, ci abbiano parlato.

Scatto due foto con sfondo il Colosseo, i Fori Imperiali, piazza Venezia deturpata dagli scavi per la metro. Il popolo vespista prosegue nel barbecue romano per tornare in serata al Village, l’alternativa alla ricerca d’acqua è cercarsi una carbonara come si deve.

Sento però un’assenza. Manca un po’ di calore a questo evento, e non è una battuta in una città che bolle anche di notte. Se il presidente Sergio Mattarella è andato di persona l’1 maggio a Pontedera, scelta superlativa, a Roma ci stava almeno un cordiale aho’, un annuncio di futuro, di visione, un saluto meno formale di quello dato solo alle istituzioni (presidente del consiglio, sindaco, etc) da chi guida Vespa e Piaggio, Matteo e Michele Colaninno. Eredi al trono di un oggetto raro al mondo 80 anni dopo, non imitabile nemmeno dall’intelligenza artificiale.

Questo popolo di vespisti di cui faccio parte avrebbe meritato qualcosa di più. Salvo che i Colaninno la pensino come Bertolt Brecht: “Poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo”.

@carblogger_it

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