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Non solo Marocco: l’Africa fa boom ai Mondiali, 9 su 10 passano il turno. Sportwashing, softpower, geopolitica sportiva: cosa c’è dietro l’exploit

Rapporti di potere, investimenti sulle infrastrutture, sviluppo dei settori giovanili: la trasformazione del pallone africano ha il suo fulcro in Marocco. Ma sullo sfondo c'è (di nuovo) la longa manus di Infantino: la Caf è in mano a un miliardario cognato del presidente sudafricano (e in buoni rapporti con Trump)
Non solo Marocco: l’Africa fa boom ai Mondiali, 9 su 10 passano il turno. Sportwashing, softpower, geopolitica sportiva: cosa c’è dietro l’exploit
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Hassan II era già lui un appassionato: come Berlusconi pretendeva di insegnare gli schemi agli allenatori, prima del Mondiale 1986 intervenne in prima persona per convincere il portiere e capitano Zaki a partire per il Messico nonostante un furibondo litigio con il suo commissario tecnico, subito dopo la grande vittoria con il Portogallo che garantiva al Marocco la prima storica qualificazione agli ottavi di finale telefonò in spogliatoio e chiese di parlare personalmente con ogni singolo giocatore e poi li premiò tutti a sue spese regalando alla squadra il proseguimento del soggiorno sino alla conclusione del Mondiale e i biglietti per assistere alla finale all’Azteca. Ma è con il figlio, Mohammed VI, monarca in carica, che il calcio è diventato per il Paese l’architrave di un’architettura di soft power oltre che una leva geopolitica strategica fra iniziative diplomatiche, consolidamento di rapporti di potere, investimenti sulle infrastrutture non solo interne e sviluppo dei settori giovanili.

Il Marocco, fra l’altro semifinalista in Qatar nel 2022, è certamente il motore principale di questo straordinario boom del calcio africano. Sulla sua scia, hanno superato la fase a gironi addirittura nove delle dieci partecipanti a questo Mondiale: soltanto la Tunisia non ce l’ha fatta. In passato non erano mai state più di tre. Vero che in questa edizione extralarge il numero delle africane ammesse è raddoppiato e che c’è un turno in più da giocare, ma sono state promosse il 90% delle squadre rispetto all’81% delle europee. Sembra che improvvisamente tutti i vecchi difetti delle nazionali africane, stereotipi che è inutile ripetere, siano improvvisamente spariti. In realtà, non c’è solo calcio alle spalle di questo improvviso benessere pallonaro.

Rabat ha messo al centro del suo disegno l’organizzazione di eventi come la Coppa d’Africa di quest’anno e soprattutto il Mondiale del 2030, che gli è stato assegnato insieme a Spagna e Portogallo. Un investimento politico-finanziario che comprende la costruzione di nove stadi, nuovi o completamente ristrutturati, una linea ferroviaria ad alta velocità, un piano di modernizzazione degli aeroporti e altre opere pubbliche. Ma l’opera più significativa resta il progetto dello stadio più grande del mondo: 115.000 posti, nella zona di Benslimane, a una quarantina di chilometri da Casablanca, design innovativo, tetto sospeso, modellato per assomigliare alle tende tradizionali dei berberi in grado di filtrare la luce e offrire riparo, l’intero anello incastonato in giardini botanici sopraelevati, 500 milioni di dollari di costi iniziali, candidatura alternativa al Bernabeu di Madrid per ospitare addirittura la finale mondiale, il tutto ovviamente intitolato ad Hassan II. Il know-how in infrastrutture sportive ha consentito al Marocco di stringere intese con i Paesi dell’Africa subsahariana per sostenere lo sviluppo del calcio locale. Ma soprattutto l’attrazione per il pallone e l’organizzazione di tornei di calcio e partite amichevoli, con la partecipazione anche di vecchie glorie internazionali, fanno parte della strategia di Rabat per mantenere ancora più stretto il controllo, non riconosciuto dall’Onu, delle regioni del Sahara Occidentale, con la gentile e interessata collaborazione di Caf (l’Uefa dell’Africa) e Fifa che in cambio continuano a non riconoscere la Federazione calcio del Saharawi, gestita dal Fronte Polisario che sostiene il diritto di autodeterminazione di quel popolo.

E qui veniamo a un’altra delle ragioni che favoriscono la crescita delle nazionali africane. Quella politico-sportiva. Uscita dalle piccole e grandi vicende corruttive che ne hanno caratterizzato la storia, la Confederation Africaine de Football (la Caf) è oggi saldamente nell’orbita di Infantino e nelle mani di un miliardario sudafricano, Patrice Motsepe, unico miliardario sudafricano nero, cognato del presidente Cyril Ramaphosa e curiosamente, o forse no, in buoni rapporti anche con Trump, dopo un incontro privato a Davos nel 2020 e nonostante i noti deliri del presidente americano contro il Sudafrica. Motsepe è proprietario della squadra dei Mamelodi Sundowns, di Pretoria, che non a caso fornisce direttamente o indirettamente l’80% dei giocatori del Sudafrica. E altrettanto non a caso, secondo i maligni, il Sudafrica è stato non sfavorito dal sorteggio e nemmeno dagli arbitri nella fase iniziale di questo Mondiale. Motsepe nel 2021 ha preso il timone di una Caf sull’orlo del bancarotta con deficit per quasi 140 milioni di dollari e con le sue iniziative l’ha portata a un attivo di una decina di milioni nell’ultimo bilancio, con 112 milioni di ricavi da sponsorizzazioni, 81 da diritti tv e 77 da operazioni di marketing.

Non solo sportwashing, soft power e potenza commerciale, comunque. Il boom attuale del pallone africano nasce anche da una serie di iniziative di natura più strettamente calcistica. La maggior parte delle federazioni nazionali si è dotata di strutture di scouting estremamente specializzate per scoprire soprattutto in Europa giocatori con doppia nazionalità o comunque disposti a vestire la maglia del Paese d’origine dei genitori o dei nonni. Proprio il Marocco si presenta con dieci degli undici titolari nati all’estero, numeri simili a quelli di tutte le altre rappresentative africane. Contemporaneamente sono nate, un po’ in tutto il continente, numerose Academy per giovani calciatori che, oltre a garantire la formazione di potenziali futuri titolari delle varie nazionali, ne tutelano allo stesso tempo il diritto alla studio.

Il sistema delle Academy: piccola lezione per l’Italia

Ecco alcuni esempi di modelli di business diversi. In Marocco l’Academie Mohammed VI è stata inaugurata nel 2009, naturalmente su impulso del re, da cui prende il nome. Finanziata con i fondi personali del monarca e supportata da grandi investitori nazionali, accoglie ragazzi dai 12 ai 18 anni e si ispira al Centro federale francese di Clairefontaine. Offre borse di studio complete ai giovani talenti selezionati, individuati spesso nelle aree più disagiate del Paese. Fra i giocatori sbocciati lì, Aguerd, Ounahi e En-Nesyri.

La Right to Dream Academy nel Ghana è invece interamente nelle mani di privati. E’ stata acquisita nel 2021 dal Mansour Group, un colosso industriale e finanziario egiziano che ha investito nell’opera oltre 180 milioni di dollari e ha già pianificato la costruzione, l’anno prossimo, di un nuovo centro sportivo vicino ad Accra in grado di ospitare circa cento atleti-studenti, con standard infrastrutturali a livello dei migliori club europei. Ogni giovane ammesso ha una borsa di studio che copre al 100% costi d’istruzione, assistenza medica, vitto e alloggio e i ragazzi che alla fine non dimostrano un talento calcistico tale da poterne fare una professione ma si sono dimostrati validi negli studi, hanno a disposizione un canale privilegiato per essere trasferiti nei migliori licei e nelle università degli Stati Uniti. Fra i giocatori divenuti famosi usciti da lì Kudus, Adingra e Kamalden Sulemana.

In Senegal la Generation Foot riesce ad autofinanziarsi completamente, grazie anche a una partnership esclusiva con il club francese del Metz che fornisce infrastrutture e allenatori e ha un diritto prelazione a costo zero sui migliori talenti formati. Da lì sono usciti i nazionali Sadio Mané e Pape Sarr. L’Academy Diambars Fc, fondata nel 2003 da un gruppo di ex calciatori fra i quali Patrick Vieira, basa invece la sua solidità economica su: sostegno finanziario di investitori internazionali, sponsor tecnici e fondazioni come l’Unesco e la stessa Fifa; ricavi generati dall’affitto temporaneo di campi e impianti sportivi di sua proprietà; cessione di giocatori e incasso di premi di valorizzazione. Fra i calciatori formati dalla Diambars, Gana Gueye e Bamba Dieng, entrambi al Mondiale.

E’ proprio al ruolo e allo sviluppo di queste Academy che pure il calcio italiano dovrebbe guardare per invertire la tendenza all’irrilevanza. C’è tanta geopolitica e tanto sportwashing, ma anche tante idee e tanta voglia di crescere in questa new wave dell’Africa del pallone.

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Nella foto in alto | Dall’immagine più grande in senso orario: le esultanze di Capo Verde, Marocco, Ghana e Costa d’Avorio

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