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Qual è il vero stato di salute del sistema culturale italiano? Secondo la Siae, va tutto bene

Nuove numerologie asettiche e acritiche, ma che fine han fatto i 20 milioni di euro annunciati dal Ministro Giuli per integrare il Fondo Cinema e Audiovisivo?
Qual è il vero stato di salute del sistema culturale italiano? Secondo la Siae, va tutto bene
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Venerdì mattina 26 giugno, nella splendida sede romana dell’associazione Civita a Piazza Venezia, la Siae ha offerto col suo “annuario statistico” 2025 una nuova numerologia positiva, secondo la quale lo stato di salute del sistema culturale italiano sarebbe eccellente, con particolare attenzione allo spettacolo, al cinema, allo sport: in sintesi, oltre 3,3 milioni di eventi, circa 253 milioni di spettatori (numero peraltro stabile rispetto al 2024) e una spesa complessiva che tocca i 4,3 miliardi di euro, con una crescita del valore economico generato del 7 % rispetto al 2024…

Sia il Ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi (Fratelli d’Italia; fino al marzo 2026 Sottosegretario alla Cultura con delega allo Spettacolo) che è intervenuto alla presentazione, sia ex post la Sottosegretaria alla Cultura delegata a Cinema e Audiovisivo, Lucia Borgonzoni (Lega Salvini) hanno manifestato il proprio compiacimento, sostenendo tra le righe che se le cose vanno così bene è evidentemente anche merito delle politiche governative.

La vera verità, qual è? Che ancora una volta si utilizzano i dati e le statistiche in modo così asettico da renderle funzionali ad interpretazioni contradditorie: il “bicchiere” viene visto “mezzo pieno” o addirittura “pieno” se non stracolmo, allorquando gli stessi numeri possono essere interpretati (se presi seriamente) in modo opposto…

Gianmarco Mazzi ha sostenuto: “tutti i settori stanno andando molto bene, anche quelli che sembravano un po’ in difficoltà stanno crescendo”, soffermandosi in particolare sul comparto del “live”: “oltre un miliardo di euro, più di 40.000 eventi, 110 eventi al giorno”… Senza domandarsi le ragioni sociologiche di questo boom della concertistica pop-rock, e se va a vantaggio di “major” o di “indie”…

Lucia Borgonzoni si è affrettata a sostenere: “i dati Siae appena presentati raccontano di un cinema italiano in buona salute. I segnali più incoraggianti arrivano proprio dai primi mesi del 2026. Ad aprile infatti gli spettatori salgono a 6,5 milioni (+34% rispetto ad aprile 2025), e a maggio il balzo è ancora più netto, con 7,8 milioni di presenze, un incremento del +70,1% sullo stesso mese dell’anno precedente”. In questo caso, si cerca di evidenziare un dato positivo, parziale e contingente, ignorando lo scenario generale, che non è esattamente così positivo.

Da decenni, nella mia veste di ricercatore specializzato in economia e politica della cultura – oltre che di fondatore e presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale IsICult, creato nel 1992 –, cerco di stimolare nella pubblica amministrazione e in generale nella committenza l’idea di studi “indipendenti e terzi” rispetto agli interessi e ai desiderata del cliente. Purtroppo questo approccio è sempre più raro in Italia: ormai più un’eccezione che la regola.

La Siae dispone di una messe di dati veramente infinita, che potrebbe essere ben utilizzata – in prospettiva sociologica, economica, culturologica – per analizzare le caratteristiche strutturali, non soltanto delle fisiologie ma anche delle patologie del sistema culturale italiano, anche in relazione alla relazione tra “mercato” e “Stato”, ovvero rispetto a quanto e come deve essere strutturato l’intervento di sostegno pubblico: tutto questo è completamente ignorato da rapporti come quello elaborato dalla Siae, giunto quest’anno all’edizione n° 90.

L’IsICult ha cercato di proporre un approccio di analisi critica rispetto alla numerologia del settore e nel 2022 la stessa Siae gli ha affidato sperimentalmente la realizzazione dell’edizione n° 86 dell’annuario. Ma evidentemente quelle pur lievi critiche debbono aver disturbato sensibilità “istituzionali”, dato che nei tre anni successivi lo studio è stato affidato ad altri, azzerando l’approccio critico, mentre l’edizione n° 90 risulta essere tutta prodotta “in house” (Siae). Asettica e acritica. Si tratta di un esempio sintomatico della volontà di ridurre l’analisi dialettica dei fenomeni (vedi alla voce “bicchiere mezzo pieno”).

La tendenza ormai prevalente nel nostro Paese è infatti quella di circoscrivere i dataset, di limitare le analisi, di ridurre l’approccio critico: questo approccio “metodologico” edulcorato stimola autoreferenzialità e produce autocompiacimento nel Principe di turno. Il committente si illude così di alimentare il consenso rassicurante e di ridurre le critiche al proprio operato. Certamente non consente di comprendere come funziona realmente e come si governa (si dovrebbe governare) un sistema. Prevale confusione, si alimentano cortine fumogene e fuochi d’artificio numerici.

Esempio eclatante: qualche settimana fa il Ministro della Cultura Alessandro Giuli (FdI) ha annunciato un’integrazione del “Fondo Cinema e Audiovisivo”, che nel 2026 è stato ridotto a quota 606 milioni di euro rispetto ai 696 milioni del 2025: integrazione annunciata nell’ordine di 20 milioni di euro (quantificata non si sa come…) che sarebbe stata dedicata soprattutto ai lavoratori, che egli stesso ha definito “gli invisibili del cinema” (rispetto agli attori e registi famosi). Qualche giorno fa, il Coordinamento degli autori (100 autori, Anac, Wgi, Acmf, Aidac, Air3) ha chiesto che questi danari venissero invece utilizzati per integrare i fondi per i cosiddetti “contributi selettivi”. Il movimento dei lavoratori delle troupe Siamo Ai Titoli di Coda (#Satdc) ha ricordato che l’annuncio del Ministro corre il rischio di provocare un improprio dirottamento delle risorse.

La deputata del M5s Anna Laura Orrico ha sostenuto: “siamo al fianco del movimento Satdc nel chiedere ad Alessandro Giuli che fine hanno fatto i 20 milioni di euro promessi solennemente alle maestranze del cinema italiano. Quei fondi sembrano svaniti nel nulla, inghiottiti dai soliti canali burocratici o pronti a essere dirottati verso le tasche dei grandi produttori. La realtà si sta rivelando un vero e proprio incubo a occhi aperti per migliaia di famiglie che tengono in piedi i nostri set ogni giorno”.

In verità, nessuno sa come vengano effettivamente utilizzati (e che effetto producono) i fondi a favore del cinema e audiovisivo (altresì dicasi per la musica o l’editoria), dato che, a fine giugno 2026, lo stesso Ministro non ha incredibilmente ancora trasmesso al Parlamento la “valutazione di impatto” relativa all’intervento dello Stato nel settore per l’anno… 2024 (duemilaventiquattro!), relazione che doveva essere obbligatoriamente trasmessa a Camera e Senato entro il settembre 2025.

In assenza di studi accurati ed indipendenti (e tempestivi), la “numerologia” della cultura viene strumentalizzata per produrre consenso, assuefazione, conservazione. Meno si sa, e più il Principe governa libero da lacci e lacciuoli: e… “se non hanno più pane, che mangino brioches” (Maria Antonietta).

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