Cannabis light, anche il Tar piccona il decreto Sicurezza. Mentre i sindaci (di destra e sinistra) chiudono i negozi
Anche il Tar piccona il divieto della cannabis light imposto dall’articolo 18 del decreto Sicurezza, dopo le archiviazioni e i dissequestri nei processi penali. L’11 giugno il tribunale amministrativo della Liguria ha sospeso un’ordinanza del Comune di Ventimiglia contro i distributori automatici di un locale commerciale. Il provvedimento del municipio (datato 10 marzo) ordinava all’imprenditore lo stop alla vendita delle infiorescenze e dei suoi derivati. Sei giorni dopo è giunto anche il Tar della Lombardia, su un caso simile: pure il Comune di Nova Milanese aveva ordinato l’alt ad un imprenditore, diffidandolo dal proseguire l’attività. Lui, stremato dai cavilli, ha preferito chiudere il negozio prima del verdetto sul suo ricorso giudiziario. Intanto, il 17 giugno, il Tar ha sospeso il procedimento, fino al verdetto della Corte di Giustizia europea o della Corte costituzionale. Appuntamento alla Consulta il 20 ottobre 2026, per l’udienza finale. Solo allora si capirà davvero il destino della cannabis light.
Non solo la Lega, anche il sindaco dem contro la cannabis light
Dunque due sindaci contro la cannabis light. Uno è il primo cittadino di Ventimiglia, in Liguria, il leghista Flavio Di Muro. L’altro è Fabrizio Pagani, eletto a Nova milanese nel 2023, con il sostegno del Partito democratico. Eppure i dem hanno proposto il ricorso alla Corte costituzionale, contro il divieto del fiore della canapa, nei consigli regionali della Puglia e dell’Emilia Romagna. Dunque resta il dubbio: il Partito democratico è favorevole oppure no al bando della cannabis light, trattata dal governo al pari di una droga? Non si stupisce l’avvocato specializzato Giacomo Bulleri: “In tanti anni ho sperimentato il carattere bipartizan dell’ostilità alla canapa, da destra e sinistra senza troppe distinzioni”. Ma torniamo a Ventimiglia.
Il municipio ligure aveva ordinato lo stop alla ditta il 10 marzo. Il 29 dicembre scorso, l’imprenditore aveva presentato la comunicazione per l’avvio della vendita al dettaglio con apparecchi automatici, di prodotti alimentari e di vario genere. Senza far cenno alla cannabis light, secondo l’ordinanza comunale. Scoperto il business, tre mesi dopo è giunto lo stop da parte del Comune, nel nome del decreto Sicurezza con lo scopo di “tutelare l’ordine pubblico”. Il 26 marzo è arrivata anche la diffida per chiudere il negozio, con “preavviso di apposizione di sigilli ai distributori automatici”. Leggendo l’ordinanza, si capiscono le ragioni del Comune di Ventimiglia. Secondo gli amministratori, il decreto sicurezza “è vigente ed immediatamente applicabile”, e tanto basta a chiudere i negozi di cannabis light, senza ulteriori verifiche sull’effetto stupefacente.
A Ventimiglia, il negozio resta aperto su ordine del tar. Canapa sativa Italia: “Per fare il reato non basta il fiore”
Ma il ragionamento non ha convinto i giudici liguri, che hanno preferito sospendere l’ordine di chiusura in attesa del giudizio di merito. Il motivo? “Il divieto di prosecuzione dell’attività, per il suo contenuto intrinseco, è idoneo a recare alla ricorrente un pregiudizio grave e irreparabile”. Insomma, rischia di fallire un’azienda.
Secondo l’avvocato del ricorso, Lorenzo Simonetti, “il motivo implicito della sospensione è soprattutto un altro: serve la concreta prova dell’efficacia drogante, per vietare la vendita della cannabis light, come dimostra la giurisprudenza in campo penale”. Secondo il legale, “è il primo caso giudiziario nel quale si è ottenuto l’accoglimento al Tar, con argomenti di natura amministrativa e penale uniti per dimostrare la liceità della rivendita al pubblico”.
Esulta anche l’associazione Canapa sativa Italia, sul suo sito, per la conferma di un principio: “È la stessa linea che stiamo portando avanti nell’Osservatorio Art. 18: non basta il fiore per fare reato, e non basta l’art. 18 per cancellare un’intera filiera”. Il risultato è un paradosso: l’imprenditore di Ventimiglia aveva già chiuso un locale a Torino, ma merce analoga ora è in vendita nella località vicino Imperia. A Nova Milanese, invece, il negoziante ha preferito abbassare la saracinesca prima della sentenza del Tar, dopo lo stop del suo Comune. Anche il municipio lombardo aveva minacciato i sigilli invocando il decreto Sicurezza. Il ricorso al Tar non chiedeva la sospensione dell’ordine di chiudere i battenti, in via cautelare come nel caso di Ventimiglia, bensì il giudizio di merito. I giudici hanno lanciato la palla alla Corte di Giustizia europea e alla Corte Costituzionale, dove si attendono i verdetti definitivi.