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C’è una Napoli diversa nel nuovo disco di Roberto Colella: niente retorica, solo il tentativo di restare umani

Le sue canzoni sono piene di ferite, ma non nascono dalla disperazione bensì dal tentativo di evitarla. Sono esercizi di resistenza emotiva: Ce sta sempe na via
C’è una Napoli diversa nel nuovo disco di Roberto Colella: niente retorica, solo il tentativo di restare umani
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Per scegliere il titolo del suo disco Roberto Colella è andato dal fruttivendolo. Non è una battuta. Ce sta sempe na via ha superato quello che lui chiama “il test del quartiere”: il parere del panettiere, dei commercianti della zona e di tre diversi Tony che lavorano nella strada dove vive, nella periferia della periferia di Giugliano. Quando uno di loro ha risposto semplicemente “bellissimo”, la questione era chiusa.

Facile trasformare l’episodio nell’ennesimo racconto sull’autenticità napoletana. Il punto è che Colella sembra interessato a tutto tranne che a questo. Mentre tanti costruiscono un immaginario, lui continua ostinatamente a parlare di persone. Per questo il paragone con Pino Daniele, che rispunta ogni volta che un musicista napoletano esce dal recinto locale, gli sta stretto. Non per mancanza di rispetto: Pino, dice, “appartiene al tessuto stesso della città, è uno di quei giganti che hanno cambiato per sempre il modo di raccontarla”. Colella arriva da un’altra storia. Prima dei cantautori ci sono stati Led Zeppelin, Queen e Beatles, poi Paul Simon, l’Africa, il Mali, il Senegal, il Sudafrica, il Sud America. Un viaggio enorme che però lo riporta sempre nello stesso punto: Napoli. Solo che la sua Napoli non assomiglia quasi mai a quella da cartolina.

Nel disco compaiono la Terra dei Fuochi, il lavoro precario, la solitudine contemporanea, Gaza, le periferie, la paura di diventare spettatori passivi del proprio tempo. Temi che nelle mani sbagliate scivolerebbero facilmente nella retorica, parola che durante la conversazione torna spesso e che evidentemente lo ossessiona.

Quando parla di Muhammad Ali o di Thomas Sankara non cerca l’icona, ma l’essere umano, con tutte le sue fragilità, inclusa però la possibilità di rialzarsi. Perfino le canzoni più politiche nascono da lì. “Se non torniamo a pensare che qualsiasi nostra azione è politica, abbiamo un problema”, dice. È una convinzione profonda che attraversa tutto il suo percorso. A sentirlo parlare sembra appartenere a una generazione precedente alla sua. Ha 35 anni, ma ragiona come chi è cresciuto in un’epoca in cui la parola “coerenza” non era ancora sospetta. Forse è per questo che ha sciolto La Maschera proprio nel momento di maggiore successo, con piazze piene e oltre cinquemila paganti all’ultima data. “La gente se ne accorge quando una cosa è finta”, dichiara senza enfasi. In un settore dove la sopravvivenza economica giustifica quasi tutto, sorprende che continui a ragionare prima di tutto in termini umani. “Se viene meno la verità di un progetto, andare avanti significherebbe raccontare una bugia a se stessi e agli altri”. È lo stesso principio che applica al tempo. In un brano canta che il tempo si può ancora “accarezzare”, un’immagine quasi anacronistica in un’epoca che spinge solo verso velocità e produzione continua. Colella non si illude di esserne immune, ma difende con ostinazione spazi di lentezza, tempi morti, attese, il diritto di non inseguire il tormentone.

Quando gli chiedo cosa stia cercando oggi, la risposta sorprende: niente. O quasi. Si sente felice, ha accanto una persona che ama, non ha bisogno di molto altro. Una semplicità disarmante che illumina l’intero disco. Le sue canzoni sono piene di ferite, ma non nascono dalla disperazione bensì dal tentativo di evitarla. Sono esercizi di resistenza emotiva. Perfino il dialetto, per lui, non è una bandiera identitaria ma semplicemente la lingua che gli viene più naturale, quella che sente più vera. Alla fine si torna sempre a Napoli. Conosce i rischi del turismo di massa e del folklore permanente, ma rifiuta le semplificazioni. “Napoli – afferma – conserva ancora qualcosa che va oltre ogni stereotipo. E forse è per questo che resta, nonostante tutto”.

Se c’è una frase che riassume il senso di Ce sta sempe na via arriva quasi alla fine: quando gli chiedo quale ferita spera che qualcuno possa ancora sentire tra vent’anni ascoltando queste canzoni, risponde senza esitare: la solitudine. “È un’epoca divisiva. Ci sta mettendo in una profonda solitudine nonostante siamo sempre connessi”. Roberto Colella non canta Napoli. Canta il tentativo, sempre più difficile, di restare umani mentre tutto il resto spinge a diventare qualcos’altro.

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