Essere amico di Carlo Ginzburg è stato un regalo: spero di vederlo presto stampato in Israele
Ho avuto l’opportunità di incontrare sia Natalia che Carlo Ginzburg in un’occasione particolare nel 1990, presso la Fondazione Basso, dove Carlo presentava il suo libro Storia notturna. All’epoca ero un giovane studente che muoveva i primi passi nella letteratura e nella cultura italiana, e guardavo a quella madre e a quel figlio con profonda ammirazione. Conoscevo bene la narrativa di Natalia e, proprio in quegli anni, iniziai a leggere i saggi di Carlo.
La nostra vera amicizia, però, dovette aspettare più di un decennio. Nel 2003 ci siamo ritrovati entrambi a insegnare all’Università di Siena: io letteratura ebraica e lui, ovviamente, storia — o, più precisamente, quel tipo di storia che in qualche modo ha inventato, sviluppato e reso famosa in tutto il mondo. L’insegnamento nella stessa facoltà ci ha permesso di frequentarci e vederci spesso. Ricordo che più di una volta sono andato a seguire le sue lezioni e, nonostante avessi già superato i quarant’anni, mi sentivo come un giovane allievo di fronte a un maestro.
Nelle conferenze di Carlo, come nei suoi saggi, accadeva qualcosa di miracoloso. So che può sembrare un’esagerazione, ma questa era l’esatta sensazione che si provava ascoltandolo o leggendolo. Vorrei approfondire questo sentimento e tentare di trasmetterlo al lettore di questo mio post, dedicato a un grande amico. Nella scrittura di Carlo c’era una profondità che si trovava — almeno nella mia esperienza — solo nei capolavori di autori come Terracini: la capacità di vedere la realtà o un fatto storico come una porta che, una volta aperta, ti insegna a leggere non solo un testo o un saggio, ma la realtà stessa che ti circonda. Era come se, leggendo, si incontrasse una persona capace di cambiare il tuo modo di guardare alla storia, alla letteratura, a un quadro di Piero della Francesca, a un’opera di Picasso, e persino alla tua stessa vita e scrittura. Tutto ciò mi coinvolgeva profondamente ogni volta che leggevo un suo testo.
Questa sensazione, provata per la prima volta tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, non mi ha mai abbandonato. Carlo era, in un certo senso, un gramsciano. L’attrazione fortissima che provava per le streghe, i lebbrosi, gli ebrei e i viandanti nasceva dalla necessità gramsciana di prendere in considerazione i subalterni, di dare voce a quegli umili che la storia con la S maiuscola — quella delle istituzioni e dello Stato moderno — spesso ignorava.
Certo, non sottovaluto l’influenza che hanno avuto le sue letture infantili legate alle streghe, che popolano molte fiabe. Mi pare fosse stata proprio sua madre a fargli scoprire e raccontare questo tipo di narrativa. Il giovane studioso alla Normale di Pisa si ricordava di quelle donne e ha trovato un modo originale e stupefacente di unire il paradigma gramsciano dei subalterni con la letteratura d’infanzia, creando una prospettiva di scrittura storica unica, poetica e profondissima.
Questa sua apertura intellettuale e, secondo me, anche umana, lo ha reso una persona curiosissima, uno studioso che non badava alle frontiere del proprio mestiere e della propria disciplina. Le pagine che ha scritto su Piero della Francesca, su Picasso o sui temi delle letterature inglesi, così come i suoi saggi fondamentali sulla microstoria, sono tutte espressioni di una profonda curiosità e di una totale assenza di paura. Per lui, tutto ciò che era cultura e sapere era alla portata dello studioso. Più che decifrare un documento storico, un’opera d’arte o questioni di grande importanza – come i processi alle streghe o al malcapitato mugnaio – il suo approccio e la sua apertura lanciavano un messaggio chiaro a ogni intellettuale, anche giovane: il sapere è oceanico, ma è anche un giardino aperto. Puoi entrare e, se ti incuriosisce una pianta o un albero, puoi approfondire. Se la tua mente, la tua capacità di scrittura e la tua creatività ti portano a un buon risultato, puoi fare qualcosa di valido e offrirlo al lettore. Questo, secondo me, guidava Carlo nei suoi viaggi attraverso i diversi campi del sapere umano.
Chi diventava lettore di Ginzburg sapeva che questa guida lo avrebbe condotto con sicurezza anche in territori in cui, a prima vista, lui non era considerato un esperto. E c’erano tanti lettori simili a me: bastava che lui andasse in una direzione, e tu lo seguivi con interesse, certo che ti stesse conducendo verso posti affascinanti, anche se inesplorati.
Essere amico di Carlo è stato un regalo della vita. Alcuni anni fa decidemmo di creare una raccolta di saggi tratti dai suoi libri, indirizzata ai lettori israeliani. Era il primo ottobre, prima degli anni vergognosi che sarebbero arrivati in seguito. Scegliemmo i saggi insieme. Tradurre Ginzburg è sempre stato un lavoro molto impegnativo: il traduttore di Carlo in ebraico deve essere paziente, amare i suoi saggi e prepararsi a un viaggio lungo, dove il rischio di errore è sempre in agguato. Abbiamo completato il volume, ma penso che gli eventi degli ultimi anni abbiano fatto sì che non venisse pubblicato in Israele. Spero di vederlo stampato presto.
Il mio ultimo incontro con Carlo è stato a febbraio, a casa sua a Bologna, dopo la presentazione del suo ultimo libro uscito sei mesi fa per Adelphi, in cui il concetto di vergogna è molto forte. Anche per me, come israeliano, questa sensazione è molto forte negli ultimi due anni. Uno si vergogna, diceva lui, solo quando appartiene veramente a un posto.
Quel nostro ultimo incontro è diventato un’intervista per un quotidiano. Abbiamo parlato di vergogna, del 7 ottobre e della narrativa di sua madre, che ha avuto molto successo in Israele. Gli chiesi come si spiegasse questo fatto, e lui mi rispose che nella scrittura di Natalia c’è un ritmo che cattura i lettori, qualcosa di musicale in quella prosa che affascina. Devo ammettere che non avevo mai pensato a questo aspetto, nonostante avessi tradotto La città e la casa, il suo ultimo romanzo.
Carlo era anche un grande lettore di classici letterari; diceva di imparare molto come storico da Tolstoj, Proust e Primo Levi. Il suo incontro con la letteratura lo rendeva uno storico migliore, poiché sapeva catturare il valore storico di un documento proprio come si fa nelle pagine di Primo Levi o in Guerra e pace di Tolstoj.
Durante questo incontro a casa sua era presente anche mio figlio di 19 anni, che conosceva Carlo dai nostri incontri precedenti. A un certo punto, mio figlio si è rivolto a lui e gli ha detto: “Sai, non ho letto molti tuoi saggi, perché ho sentito il tuo nome fin da quando ero bambino; per me, sentendolo ripetere spesso da mio padre, era ormai un nome di famiglia, quindi mi sono permesso di non avvicinarmi subito ai tuoi scritti”. Carlo ha sorriso, e io ero molto orgoglioso di sentire quelle parole. Quando siamo usciti dalla casa di Luisa e Carlo a Bologna, ho avuto la sensazione che quella sarebbe stata l’ultima intervista che avrei fatto con lui. Mi è molto caro il ricordo che mio figlio conserva della presenza di Carlo nella sua vita, oltre che nella mia.
Per me, la perdita di Carlo è un grande dolore. Era un amico prezioso, un enorme studioso, e sono felice che per mio figlio fosse, in un certo senso, una figura di famiglia, almeno nell’immaginario di un ragazzo giovane.
Grazie Carlo!