Ho visto più volte ‘Le città di pianura’ e ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso
Le città di pianura di Francesco Sossai mi è sembrato da subito una specie di allegro cimitero dei perdenti. Un luogo dove le vite non riescono a stare dritte, ma trovano comunque un modo per andare avanti. Un po’ come il Cimitero Brion di San Vito, che nel film ritorna come un simbolo. Un posto che celebra l’amore e allo stesso tempo la fine. Un posto dove ci sta dentro tutto.
Ho visto il film più volte. Ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso. È un film che sembra semplice, ma non lo è. Tre uomini che girano per il Veneto, una Jaguar sgangherata, tanti bar, tantissimi bicchieri. In realtà è un viaggio dentro un modo di stare al mondo. Un modo fragile, a volte comico, a volte triste, ma sempre molto umano.
Carlobianchi e Doriano sono due cinquantenni che vivono sospesi in un mondo alcolico, fatto di bar e benzinai, di debiti e ricordi dei gloriosi anni Novanta. Una vita che non è andata come pensavano ma che non cercano di aggiustare. Cercano solo “l’ultima”. L’ultima bevuta. L’ultima scusa. L’ultima possibilità di non tornare a casa. È un modo per non crescere, perché crescere a cinquant’anni fa paura. Sembra tardi e sembra inutile.
Poi l’incontro casuale con Giulio, il bravissimo Filippo Scotti, un personaggio quasi celatiano. Studente di architettura. Uno che invece vuole crescere ma non sa come. I due lo trascinano con loro. Gli promettono un’ultima che non arriva mai. E da lì parte il viaggio. Un viaggio che cambia tutti e tre, anche se nessuno lo dice.
C’è un principio mutuato dall’economia che attraversa il film. Quello di utilità marginale. Il ragionier Carlobianchi lo spiega a tavola utilizzando una fetta di salame. Dice che quando hai raggiunto la sazietà, il resto non serve più. Vale per tutto. Ma non vale per l’ultima, precisa Doriano riempiendosi il bicchiere. L’ultima sfugge sempre, perché non è sete, non è bisogno. È un tentativo, un modo per dare un senso alle cose quando il senso non c’è.
Il Veneto del film è un Veneto che riconosco da emiliano di pianura che ha fatto il militare a Vicenza al Dal Molin. Paesini, capannoni, bar aperti dal mattino, “ombrette”, grappe, gente che beve presto e gente che lavora troppo. Uno “spleen veneto” che ricorda Volponi. E quando penso a Volponi mi viene in mente anche Pasolini. Non per citazione diretta, ma per atmosfera. Per quella idea che la periferia non è un luogo minore, ma un posto dove il mondo si vede meglio.
In questo paesaggio i due cinquantenni diventano una specie di poeti del bere. Non poeti romantici, piuttosto lunatici. Poeti della resa consapevole e della luna nel pozzo. Gente che parla poco, sbaglia spesso, vive di slanci e cadute. E però ha una cosa che li salva: l’amicizia.
Giulio entra in questo duo come un figlio. O un fratello. O un ospite. Porta i due al Cimitero Brion, un monumento all’amore coniugale. I cerchi che si intersecano diventano un’immagine chiara. Due vite che si toccano. Due bicchieri sulla tovaglia che lasciano il segno della condensa. È la stessa figura. Il caos della vita che a volte si organizza da solo.
C’è poi il tema del “segreto del mondo”. I due dicono di averlo scoperto qualche sera prima, ma erano ubriachi “tronchi” e non lo ricordano più. Passano il film a cercare di ricostruirlo. Tutti abbiamo avuto un momento in cui ci sembrava di aver capito tutto. Poi lo abbiamo perso. E passiamo il resto del tempo a inseguirlo.
Il finale è semplice. Giulio parte in treno per raggiungere il suo travagliato amore a Verona. Un cono gelato cade dalle mani di Doriano sull’asfalto. Una macchina lo schiaccia. Lui improvvisamente dice di aver ricordato il segreto del mondo. Forse è questo. Le cose belle cadono, si rompono o si sporcano. Semplicemente finiscono. Ma se accanto hai un amico come Carlobianchi, un indimenticabile Sergio Romano. Se hai qualcuno con cui condividere un’ultima. Se hai un ragazzo che hai aiutato un po’ a crescere. Allora la vita vale comunque. Anche se non ti resta molto.
Vorrei dire una cosa su Pierpaolo Capovilla. Per me è la rivelazione gigantesca del film. Ha una voce e una intonazione che non si dimentica. Un volto che racconta tutto senza parlare. Sa che non troverà un senso alle cose e nonostante tutto appare sereno. È un interprete raro. Un marziano nel cinema italiano, nel senso migliore.
Le musiche sono di Krano e sono nate per il film. Si incastrano con le immagini, con i silenzi, con i movimenti dei tre. Sembrano scritte per ogni scena, per quel viaggio e per quella Jaguar un po’ sfocata. È raro trovare un film in cui le musiche sembrano precedere le scene, come se le avessero chiamate.
C’è un altro momento che resta. Un cameo di Spigariol che in un bar canta una canzone sull’America accompagnato dalla chitarra. Il trio lo ascolta rapito. Lui si commuove. È un attimo che non spiega nulla e dice tutto.
Le città di pianura è un film che Francesco Sossai ha scritto con lo sceneggiatore Adriano Candiago. Un film che parla di amicizia, di amore, di fallimento. Racconta di incontri che cambiano la vita, anche quando non sembrano niente. E anche di cattivi maestri che sono sempre i migliori.
Come i film più importanti è un film che resta anche quando finisce. Anche quando spegni lo schermo e torni alla tua vita e ti accorgi che i cerchi che si intersecano ci sono anche lì. In un bar, su una tovaglia. In un gesto o in un ricordo. Un film che ti accompagna quasi in silenzio e senza spiegare troppo. Con la stessa delicatezza con cui si beve l’ultima. Anche quando non è l’ultima per davvero.