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Gordon Craig, teatro e fascismo: il libro di Gabriele Sofia ne svela il lato oscuro

I quattro capitoli di cui si compone il volume ci fanno scoprire un Craig fra privato e pubblico, discutibile quando non proprio insopportabile
Gordon Craig, teatro e fascismo: il libro di Gabriele Sofia ne svela il lato oscuro
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“Concentrarsi sulla storia intima del teatro significa spingere lo sguardo all’interno della miriade di fattori che determinano un’azione, una scelta, un’opera, una collaborazione, consci dell’irrimediabile parzialità che quest’operazione comporta. E’ l’esplorazione di un continente sommerso, dove si possono ancora distinguere le tracce di progetti irrealizzati, di idee inattuabili, di strade interrotte, di ambizioni troppo grandi o di posizioni troppo scomode”.

Si tratta delle parole conclusive del libro di Gabriele Sofia Il sipario è la nostra bandiera. Craig, Lees, Guilbert fra Grande Guerra e fascismo (Carocci, 2025) e ne esplicitano la proposta metodologica, sulla quale vale la pena di fare qualche riflessione.

A partire dalla loro (ri)fondazione negli anni Sessanta, gli studi teatrali in Italia hanno seguito due linee principali, talvolta intersecantesi. Da un lato, una storiografia che, sul modello di quella generale chiamata “trattati-e-battaglie”, si è configurata come storia di “testi-e-messinscene”. Dall’altro, una storiografia che, sulla falsariga di alcune proposte della Nouvelle Histoire francese, ha invece cercato di spostare progressivamente l’accento dai testi ai contesti, dallo spettacolo al fatto teatrale, dai prodotti ai processi e alle pratiche, dai singoli artisti agli ambienti, le relazioni e le collaborazioni fra gli uomini di teatro e non solo.

E tuttavia resta valido ancora oggi il monito espresso, quasi quattro decenni or sono, da Claudio Meldolesi sulla “malattia ambientale” degli storici del teatro: “il settorialismo per cui si dimentica che ogni storia particolare dev’essere coltivata, all’interno dei suoi confini (per altro poco delimitabili), come una storia globale”. Fra l’altro, è il caso di ricordare che fu proprio Meldolesi, che io sappia, il primo a parlare della necessità per lo storico di prendere in considerazione la dimensione “intima” del teatro, anche se lo fece in riferimento specifico allo studio dell’attore.

In quella occasione – lo ricorda opportunamente Sofia – lo studioso chiarì le ragioni per le quali è importante studiare le biografie e le memorie degli attori: “cercare nell’opera dell’attore la persona dell’attore non ha niente a vedere con il biografismo dei manuali di letteratura; al contrario, è la porta più diretta per entrare in contatto con un’arte di per sé misteriosa. […] Lettere, diari e scritti vari sono perciò luoghi del disvelamento per gli attori teatrali, più di quanto possano esserlo per altri tipi di artisti”.

Infine, proporre una “storia intima” del teatro significa dare una risposta all’esortazione che Eugenio Barba rivolse tempo fa agli studiosi, invitandoli a occuparsi della “storia sotterranea”, e cioè ad andare oltre la superficie luccicante, ma spesso ingannevole, delle teorie e delle opere.

Resta da dire sui contenuti e le acquisizioni specifiche del volume di Sofia, frutto in gran parte di ricerche di prima mano e di documentazione inedita. Nonostante sia acquattato nel sottotitolo del libro, l’inglese Gordon Craig, grande scenografo, poligrafo e storico sui generis, ma soprattutto uno dei Padri della moderna regia, ne è il protagonista assoluto.

Ma non è sull’elaboratore di celebri visioni teatrali (su tutte, quella della Ȕber-marionette), e neppure sul creatore di pochi e spesso controversi spettacoli, o sull’inventore di rivoluzionarie soluzioni scenotecniche (gli screens), che si appunta l’attenzione dello studioso. In un arco cronologico che va dagli anni immediatamente precedenti lo scoppio del primo conflitto mondiale all’avvento dei totalitarismi, Sofia mette sotto la sua lente la scuola fiorentina dell’Arena Goldoni, aperta per un solo anno fra 1913 e 1914, a causa dell’inizio della guerra, e l’impresa di molto più lunga durata di The Mask (1907-1930), forse la più importante rivista teatrale del secolo scorso.

Questi due argomenti, la scuola e la rivista, consentono all’autore di tessere i quattro capitoli di cui si compone il volume e che ci fanno scoprire un Craig fra privato e pubblico, non di rado discutibile quando non proprio insopportabile. Per esempio, nel rapporto con le donne, improntato a misoginia, maschilismo e sfruttamento (è qui il caso, in particolare, di Dorothy Nevile Lees, l’anima di “The Mask” per l’intera durata della sua esistenza, e en passant amante e madre di uno dei suoi numerosi figli). Oppure nella lunga infatuazione per il fascismo e soprattutto per il Duce, visto come un capo carismatico nel quale evidentemente si rispecchiava.

Completano il lavoro un capitolo sul rapporto, insolitamente rispettoso e paritario, con la grande chanteuse francese Yvette Guilbert e uno sui rapporti epistolari fra il maestro e alcuni allievi e collaboratori della scuola fiorentina, finiti nel fango delle trincee di mezza Europa.

Ha ragione Mirella Schino nella prefazione, quest’ultimo è forse il capitolo più avvincente (“straziante” dice lei) e al tempo stesso quello dove vengono al pettine alcuni nodi problematici nelle visioni dei maestri del primo Novecento, grazie alla luce brutale che vi getta sopra l’insensata carneficina in atto.

Uno per tutti: la questione della dedizione e dell’obbedienza assolute, a costo di qualsiasi sacrificio personale. Principio non negoziabile, andando da Craig a Copeau e a molti altri registi, in nome dell’Arte e della Creazione, che i giovani attori al fronte si trovano a considerare con tutt’altro spirito e a mettere in discussione, una volta scoperto che quello stesso principio veniva rivendicato per giustificare la distruzione di un Continente e il massacro di una intera generazione.

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