Il mondo FQ

Dal trattore al disco: Mirco Passione Mariani e la musica imperfetta

Ex Extraliscio, ha mollato tutto per rifugiarsi in campagna: "Facevo lavori nei campi e mi ritrovavo a fischiettare col trattore. Poi dicevo a mia moglie: guarda che bella questa canzone"
Dal trattore al disco: Mirco Passione Mariani e la musica imperfetta
Icona dei commenti Commenti

Ci sono musicisti che a un certo punto della carriera cercano la perfezione, e poi ci sono quelli che decidono di sabotarla. Mirco Passione Mariani fa parte decisamente della seconda categoria. Dopo anni passati tra palchi, tour internazionali, Sanremo e il circo di Extraliscio, ha mollato tutto per rifugiarsi in campagna. Trattore, marmellate, legna da tagliare, vicini anziani, silenzio. E da quel silenzio è uscito un disco, Canzoni in Solo, nato quasi per caso: canzoni fischiettate mentre lavorava nei campi, registrate senza correggere gli errori, lasciate imperfette. Niente promozione a tappeto, niente narrazione gonfiata. Vuole che il disco cammini da solo, come una bestia lasciata nel bosco: o trova la sua strada o sparisce, ma almeno non nasce in cattività. “Passione” è il soprannome che si porta dietro da sempre. “Non è un vezzo è un’eredità. Era di mio nonno Guido, sono l’unico ad averlo preso”.

Parla della musica italiana come di un ambiente anestetizzato dalla radio e dalla perfezione digitale, rivendica l’errore come parte essenziale del gesto creativo. E soprattutto racconta una scoperta tardiva: la solitudine non come condanna, ma come possibilità radicale di libertà. “Mi ero preso un anno sabbatico dalla musica – racconta – Poi quell’anno è diventato quasi due. Avevo una casa in campagna che usavo solo per riposarmi. Invece mi sono fatto trascinare dai vicini: un trattore, poi arrivano i polli, i conigli, la legna da sistemare. È stata un’esperienza che mi ha rimesso in quadro”.

Da quell’isolamento rurale nasce Canzoni in Solo.
Facevo lavori nei campi e mi ritrovavo a fischiettare col trattore. Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: guarda che bella questa canzone. Alla fine mi sono trovato con più di sessanta pezzi.

Il rumore del trattore, a un certo punto, smette perfino di essere un rumore.
Con le cuffie isolanti sentivo il motore ovattato, quasi armonico. Diventava una specie di ritmo ipnotico. A un certo punto mi accompagnava davvero. Mi sarebbe piaciuto fare addirittura un doppio disco: da una parte le registrazioni originali nate sul trattore, dall’altra quelle finite.

Dietro questa fuga dalla perfezione sembra esserci anche una presa di distanza dal meccanismo che aveva trasformato Extraliscio in un fenomeno enorme.
All’estero abbiamo vissuto cose incredibili. Festival giganteschi, concerti assurdi. Extraliscio era nato come un esperimento Frankenstein, ironico, quasi punk. Poi però arrivano le strategie, i consigli, la gente che ti dice cosa fare e tu sul palco sei l’ultimo a capire cosa sta succedendo. Sono uno che vive di improvvisazione continua, appena sento troppe regole mi viene il rigetto.

Hai detto che “il male della musica italiana è la radio”. Provocazione o diagnosi?
Diagnosi. Io ero un malato di radio. Ascoltavo pochissima televisione e tantissima radio. Ma adesso non ce la faccio più. C’è un appiattimento totale. Non distingui più chi scrive una canzone da chi ne scrive un’altra. Tutto uguale.

Che radio ascoltavi?
La mattina Radio3. Poi Radio Capital, che però secondo me è diventata troppo nostalgica. E poi le radio locali dove succedono cose assurde. Quando ti passano cinque volte, nel giro di poco tempo, Sal Da Vinci, non è promozione, ma anestesia. Eppure a me, Sal Da Vinci sta simpatico, rappresenta un pezzo popolare del paese. Però il problema è la ripetizione ossessiva. Diventa una violenza.

Che cos’è che ti annoia nella musica di oggi?
Il piattume. La confezione perfetta. La musica deve essere imperfetta. I Beatles non erano perfetti. La perfezione dura tre giorni, poi scivola via. Una cosa più ruvida invece si svela col tempo.

E secondo te si è perso anche il senso del suono personale?
Sì. Una volta sentivi Edoardo Vianello e riconoscevi Morricone negli arrangiamenti. Sentivi Tony Renis e capivi che c’era un mondo dietro. Oggi è tutto indistinto.

Hai paura che oggi la tecnica sostituisca completamente l’esperienza?
Siamo arrivati al punto che il figlio del fornaio può diventare più musicista di uno che suona da cinquant’anni. Basta una tastiera, un software, due plug-in. Però così rischiano di sparire musicisti veri, gente che la musica la vive davvero.

E infatti anche nel disco sembra esserci un rifiuto dell’idea di controllo totale.
Esatto. Quando l’ha ascoltato Vinicio Capossela mi ha detto: ‘Allora si può ancora fare musica senza pensare a cosa pensano gli altri’. E lì ho capito che forse questa follia aveva un senso.

Anche la copertina del disco sembra seguire questa idea. È una foto analogica scattata da tua figlia Gilda.
Racconta perfettamente questo disco. Mi sono lanciato al buio, completamente da solo. Ho scoperto a 56 anni che la solitudine è un’opportunità, è un pozzo dentro cui puoi scendere. Certo, da solo hai dei limiti, ma quei limiti diventano anche infiniti, perché non devi rendere conto a nessuno.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione