La ciurma di Capitan Capitone in cerca di una coordinata mentale. Ne ho parlato con Daniele Sepe
Daniele Sepe da quarant’anni attraversa jazz, blues, folk, satira politica, musica popolare e sabotaggio culturale senza fermarsi mai abbastanza da diventare una figurina da festival o da algoritmo. Il nuovo disco di Capitan Capitone, 40N 14E, è una coordinata geografica ma soprattutto mentale: un punto in mare da cui osservare la terraferma senza lasciarsi risucchiare. Dentro ci trovi trap, Frank Zappa, rapper tatuati, guerre trasformate in spettacolo, pandemie rimosse in fretta e una ciurma di musicisti (tra i quali Gennaro Porcelli, Mario Insenga, Sabba, Nicola Caso, Andrea Tartaglia, Emilia Zamuner) che somiglia più a un ammutinamento permanente che a una band.
Sepe mi parla spedito, cambia registro continuamente, passa da Dostoevskij a Clint Eastwood, dalla pirateria agli Zezi, da Napoli alla finanza globale. Ma il centro resta sempre quello: usare la musica come lente deformante per guardare il presente. E soprattutto per prenderlo in giro prima che sia lui a divorarci.
Daniele Sepe, 40N 14E è una coordinata in mare aperto. Un punto preciso o un modo per non farti trovare?
È soprattutto un modo per guardare le cose dalla giusta distanza. Dal mare hai una percezione diversa di quello che succede sulla terraferma. Non ti fai coinvolgere direttamente dalle faccende di terra. Tutti i dischi di Capitan Capitone hanno sempre avuto questa dimensione piratesca, quindi il mare torna continuamente.
Ormai ti definiscono “eclettico”. È una parola elegante per dire che non sei mai stato addomesticabile?
Mi definiscono eclettico perché non sanno mai in che scaffale mettere i miei dischi. Magari uno è jazz, quello dopo blues, quello dopo ancora tutt’altro. È normale che poi mi accostino a Frank Zappa: anche lui era uno sfuggente, uno che non voleva fare sempre la stessa cosa. La vita è troppo breve, soprattutto alla mia età, per limitarsi a un solo linguaggio.
Hai suonato con chiunque e diversi generi. Ti sei mai sentito fuori posto?
Un po’ sempre a casa e un po’ sempre fuori posto. Quando incontri musicisti che hanno dedicato tutta la vita a un solo linguaggio, io mi sento sempre inadeguato. Però questa cosa alla fine è anche comoda: sei sempre un turista, uno straniero. Hai uno sguardo diverso.
Sei partito dagli Zezi, quindi da una musica nata dentro fabbriche e conflitto. Quella radice è ancora viva o è diventata estetica?
Penso che questo disco dimostri che sono rimasto lo stesso. Le rughe ci stanno, ma la testa è quella di quando avevo 15 anni e stavo con gli Zezi. Mi interessa ancora raccontare quello che succede intorno a noi. Solo che lo facciamo con ironia e sarcasmo, senza la retorica della canzone militante.
Capitan Capitone è un alter ego o una caricatura di te stesso?
Quando ho iniziato volevo creare soprattutto un collettivo. Tantissime persone che lavorano insieme in totale uguaglianza. Però resta il fatto che io sono il capitano di questo vascello impazzito. Per questo non volevo usare semplicemente il nome Daniele Sepe.
Perché una “ciurma” e non una band?
Perché l’idea della pirateria mi interessa molto. La pirateria nasce da un ammutinamento. Se consideri il vascello come la fabbrica di allora, quello era a tutti gli effetti un conflitto di classe. Mi piaceva questo legame.
Nel disco si passa continuamente da un genere all’altro. È fuga o autodifesa?
Ogni pezzo riflette la sensibilità di chi lo canta. E poi io sono sempre stato così. Da ragazzino preparavo cassette assurde per andare in motocicletta: Bob Marley, poi Hendrix, poi Händel… Mi annoiava ascoltare sempre la stessa cosa. Nei miei dischi provo a fare la stessa esperienza.
Anche i rapper hanno una mamma prende in giro il bisogno di mitologia?
Prendiamo in giro il cliché del rapper tatuato con le catene d’oro e la macchina ultrapotente. Ci siamo chiesti: ma quando tornano a casa, con la madre parlano davvero così?
Pape Satàn mette insieme guerra e spettacolo. Oggi siamo più spettatori o complici?
Complici. La situazione è molto più grave di quanto fosse per la mia generazione. Quando c’era il Vietnam la guerra sembrava lontana. Oggi è vicinissima. E soprattutto è cambiato il rapporto con la politica e con la Costituzione.
I russi a Bologna nasce dopo una frase di Roberto Vecchioni…
Sì. Quando sentii dire ‘ma i russi ce l’hanno Leopardi?’ rimasi sconvolto. Una frase assurda detta da un professore… come fai a ignorare Dostoevskij, Majakovskij, tutta la cultura russa? Io posso essere contro la politica americana, ma sono cresciuto immerso nella cultura americana. Blues, jazz, letteratura. Confondere un popolo con il suo governo è una forma enorme di ignoranza.
È andato tutto bene invece sembra una resa dei conti con la pandemia.
Era la bugia che ci raccontavano. Io e Mario Insenga abbiamo sofferto tantissimo quel periodo. Suonare era diventato impossibile. E c’è una rimozione enorme: non mi pare siano stati fatti tanti film, libri o dischi davvero importanti su quei due anni. Eppure sono stati anni senza precedenti.
Nel disco c’è anche Clint Eastwood.
Perché siamo arrivati al paradosso che un conservatore repubblicano fa film molto più intelligenti di tanta gente che si definisce progressista. Pensa a Gran Torino o a Invictus. C’è più cervello lì che in tanta retorica pseudo-progressista.
Nei tuoi pezzi il potere è sempre bersaglio di satira. Ma oggi il potere è ancora identificabile?
Secondo me sì. Il potere è la finanza. I politici sono diventati amministratori di condominio. Destra e sinistra contano sempre meno sulle grandi decisioni economiche o geopolitiche. Le guerre hanno quasi sempre una motivazione economica dietro. Il resto sono narrazioni.
La musica può ancora disturbare?
Molto meno di prima. Oggi chi è davvero indipendente vive quasi in una riserva indiana. Manca anche un movimento collettivo, un’opinione pubblica capace di sostenere certe esperienze.
E se dovessi spiegare questo disco a qualcuno che scrolla soltanto video sullo smartphone?
Gli direi di fermarsi mezz’ora. Sedersi e ascoltare qualcosa dall’inizio alla fine, come si fa con un libro o con un film. E poi partirei da questo: è la storia di una ciurma di napoletani che si diverte a prendere in giro tutti i cliché del presente.
Alla fine, mentre parla di concerti, motociclette, mare e felicità rubate al tempo, Sepe sembra tornare sempre lì: all’idea che fare musica significhi ancora creare spazi di libertà temporanea dentro un mondo sempre più rumoroso e sempre più anestetizzato. Non per salvare qualcuno. Nemmeno per convincerlo. Al massimo per ricordargli che la realtà, osservata dalla giusta distanza, può ancora fare abbastanza ridere da evitare la disperazione.
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