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“A innamorarmi sul serio non avevo mai badato. Una sera, a Napoli, mi infiammai per una sciantosa”

NON C’È DI CHE - Da una novella apocrifa di Luigi Chiarelli
“A innamorarmi sul serio non avevo mai badato. Una sera, a Napoli, mi infiammai per una sciantosa”
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Da una novella apocrifa di Luigi Chiarelli. Il teatro di varietà, fin dalla mia prima giovinezza, è stato la mia palestra, il mio ginnasio, il mio Eden. Seguivo mio padre, che si trapiantava di città in città per seguire compagnie in tournée. I miei sogni erano pieni di quelle donne splendide e il paradiso me lo sono sempre figurato come un grande caffè concerto. A 16 anni mi svezzò una matrona indulgente, proprietaria di una pensione per artiste. Morto mio padre, le chanteuses che aveva accudito con devozione mi accolsero nel loro mondo scapigliato.

Durante la notte, profumato e chiuso in uno smoking che formava, insieme con un anello e due gemelli d’oro, pressappoco tutta la mia ricchezza, ciondolavo fra i varietà e i locali notturni passando da un tavolo all’altro, intrattenendomi al baccarà con l’alta società e corteggiando con discrezione le cocotte illustri. Amico rispettoso, ero pago di ostentare la mia intimità con quelle creature privilegiate; e se qualcuna, incapricciata di me, mi si concedeva, accettavo il dono senza fastidiose insistenze.

A innamorarmi sul serio non avevo mai badato. Tuttavia una sera, a Napoli, mi infiammai per una giovane sciantosa, Nora, una creatura superiore, inaccessibile, capace di dettare la sua legge a banchieri e principi di sangue. Mi aveva raccontato in lacrime le violenze dell’uomo che, dopo averla innalzata alla categoria delle donne eleganti, aveva calpestato la sua dignità. Era stata sedotta dalla sua munifica prodigalità (era il rampollo di una nota casata) e dal fatto che fosse decorativo, nonché attrezzato agli sport del remo e dell’automobile. Lui la trattava come un oggetto, le rinfacciava il suo passato galante, e in un accesso di gelosia esagerò, battendola. S’era dunque decisa alla rottura: non voleva più scritture, ma una vita dignitosa, anche se povera. Mi venne spontaneo farle la proposta: ci sposammo la settimana dopo in un piccolo municipio campano, lontano da occhi indiscreti.

A Roma, meta della nostra luna di miele, restammo seppelliti per tre giorni in camera d’albergo, storditi dalla stessa audacia del nostro gesto e divorati dall’ardore sensuale. Al quarto giorno, la stanchezza e l’afa dell’estate romana ci trassero di là. Vagabondammo per la città solenne e opulenta, pranzammo in un ristorante deserto dalle parti di Corso Umberto e andammo al cinema, terminando la giornata in un grande bar cinto d’oleandri di fronte al grandioso scenario di piazza delle Terme. Una coppia di napoletani, un nobile e una chanteuse che Nora conosceva, ci salutarono con allegri sogghigni. Tornammo all’albergo impacciati come dei colpevoli, e già divisi l’uno dall’altra senza che nessun litigio ci avesse separato.

L’incontro con quella coppia stupida aveva come illuminato la falsità della nostra situazione insostenibile. Nora si gettò sul letto semivestita, sopraffatta dalla stanchezza, ma ancor più, forse, dal ridicolo. L’enormità della nostra situazione stava svelando le sue proporzioni grottesche. “Domani torno a Napoli e all’arte”. “Non ho voce in capitolo? Sono tuo marito”. “Lo sei stato per 24 ore, come nelle farse”.

Rientrai a Napoli il mese dopo, riprendendo le mie abitudini nottambule in smoking impeccabile tra giocatori e cocotte, ciarliero, pettegolo, spumeggiante. Una sera la incontrai al ristorante. Era in compagnia del rampollo. Mi salutò festosa: “Luigi! Sei venuto per il debutto? Vedrai un teatro strapieno!”

La sera seguente entusiasmò il pubblico: la sua voce squillante e le sue nuove toilette ne facevano un’apparizione fastosa, che incuteva reverenza. La seguii al caffè concerto, confuso tra la folla di ammiratori. Mentre stava ballando con un ufficiale di Marina, mi fece un cenno; mi avvicinai, continuò con me. Le dissi che avevo deciso di fare un viaggio all’estero per sottrarmi all’orribile scandalo del nostro matrimonio. “Ma non ce n’è bisogno”, replicò imperturbata. “Tutti hanno creduto a una fandonia. Ho fatto le cose per bene. La tua dignità è salva”. L’ebbrezza generale ci riconciliò. Il nobile rampollo, artigliato da un’altra donna, è trattenuto a Roma due o tre giorni alla settimana. In quelle sere mia moglie si precipita nel mio letto da scapolo, trepidante e convulsa, e cacciando grida di colpevole felicità non smette di baciarmi.

La mattina si congeda stanca e felice. “Tu sei l’unico vero aristocratico che io abbia mai conosciuto”, mi ha detto l’altro giorno.

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