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“Se gli dà una coltellata, questo video diventa virale”. A Melicucco, baby banda ha creato “un’atmosfera da Gomorra”: 5 misure cautelari

Gli indagati, tutti tra i 20 e 22 anni, sono accusati di aver vessato persone fragili e disabili. Il gip: "Spiccata pericolosità sociale". Il procuratore Crescenti: "In paese lo sapevano tutti e alla fine è saltato il tappo"
“Se gli dà una coltellata, questo video diventa virale”. A Melicucco, baby banda ha creato “un’atmosfera da Gomorra”: 5 misure cautelari
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Una violenza brutale, ostentata e trasformata in spettacolo. È questo il quadro inquietante emerso dall’inchiesta “Marijoa”, che all’alba di oggi ha portato al blitz dei carabinieri. L’indagine ha svelato cosa avveniva a Melicucco, in provincia di Reggio Calabria, dove agiva una vera e propria “baby-banda del terrore”, responsabile di una lunga serie di episodi criminali ai danni di persone fragili.

Su richiesta della Procura di Palmi, guidata da Emanuele Crescenti, il gip ha emesso un’ordinanza di misura cautelare nei confronti di cinque giovani, di età compresa tra i 20 e i 22 anni. Sono finiti agli arresti domiciliari Salvatore Carbone, Francesco Bono e Francesco Oppedisano. Per altri due, Giovanni Circosta e Angelo Serafino Chiappalone, il gip ha disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Complessivamente sono dieci gli indagati e per alcuni di loro procede la Procura dei Minori in quanto non avevano compiuto ancora 18 anni quando avrebbero commesso i reati. Le accuse sono pesantissime: associazione per delinquere, sequestro di persona, atti persecutori, violazione di domicilio, detenzione e fabbricazione di armi (comprese bottiglie incendiarie) e perfino uccisione di animali.

Le violenze sono state ricostruite e documentate dai carabinieri grazie alle immagini e ai video trovati nei cellulari degli indagati. In un filmato si sente la frase choc pronunciata da uno degli indagati: “Se gli dà una coltellata, questo video diventa virale”. Parole che, secondo gli investigatori, rappresentano il simbolo di una brutalità ostentata, alimentata dal desiderio di visibilità.

I pm non hanno dubbi: l’inchiesta “Marijoa” ha ricostruito un sistema di sopraffazione sistematico di cui erano succubi i cittadini di Melicucco. Le vittime venivano scelte tra soggetti vulnerabili e sottoposte a continue umiliazioni, aggressioni e minacce, in un clima di paura diffusa nel territorio.

Tra gli episodi più gravi, l’irruzione nell’abitazione di una vittima fingendosi militari del Nas: i giovani indagati avrebbero simulato un controllo e, dopo avere immobilizzato l’uomo ammanettandolo al letto, lo hanno picchiato e minacciato con una pistola puntata alla testa. Il tutto ignorando le sue richieste di aiuto.

Per le indagini sono stati determinanti i contenuti multimediali sequestrati: video di pestaggi, vessazioni e atti degradanti, spesso accompagnati da risate e incitamenti. La violenza, secondo gli investigatori, non solo veniva compiuta, ma anche registrata e condivisa, diventando uno strumento di affermazione all’interno del gruppo.

Il quadro emerso è quello di un’escalation crescente: aggressioni con petardi e materiale incendiario, atti intimidatori anche in luoghi pubblici, fino alla realizzazione e all’esplosione di ordigni artigianali in aree isolate.

Per lungo tempo le vittime sarebbero rimaste in silenzio, paralizzate dalla paura e dall’umiliazione, arrivando a isolarsi e a cambiare radicalmente le proprie abitudini di vita. Solo grazie all’intervento dei carabinieri è stato possibile ricostruire l’intera vicenda e rompere il muro di omertà.

Dalle indagini emergono anche elementi di particolare pericolosità sociale: nelle chat e nei materiali acquisiti, gli indagati esibivano armi da fuoco e utilizzavano espressioni riconducibili a logiche di controllo del territorio. Un territorio dove gli indagati si sarebbero resi protagonisti anche di episodi di vandalismo ai danni del patrimonio pubblico.
Gli investigatori parlano di una “totale assenza di empatia”. Basta pensare che, in uno dei video sequestrati, la “baby-banda del terrore” si accanisce con crudeltà su un animale. Un indagato, infatti, ha lanciato un topo vivo dentro il camino gridando in dialetto: “topo bastardo muori”.

La Procura di Palmi non ha contestato reati di ‘ndrangheta, ma nelle loro conversazioni i soggetti si esaltavano con frasi del tipo: “La mafia qua è, noi siamo compare… la mafia qua è”. E ancora: “Ragazzi passo il calvario (la chiesa del calvario, ndr) a testa alta e con il braccio fuori e nessuno mi dice niente quindi vedete di chi cazzo è la zona che qui facciamo ciò che vogliamo lo stesso”.

“Gli indagati – scrive il gip nell’ordinanza – dimostrano di avere già dimestichezza con temi quale il possesso di armi, di banconote false e di sostanze stupefacenti. Gli stessi, infatti, più volte fanno riferimento al controllo del territorio tipico della mafia, che specificamente nominano, nonché alla loro capacità di rimanere impuniti e di denigrare le forze dell’ordine”.

Da qui la decisione degli arresti domiciliari e dell’obbligo di presentazione alla pg disposti nei confronti degli indagati “che denotano – si legge – una spiccata pericolosità sociale, tale da rendere assai probabile la reiterazione di analoghi comportamenti delittuosi”.

Nel corso della conferenza stampa, il procuratore di Palmi Emanuele Crescenti ha affermato che “in paese lo sapevano tutti e alla fine è saltato il tappo. Siamo sempre a Melicucco dove c’era un’atmosfera quasi da fiction, da Gomorra. Gli indagati non avevano un ritorno economico. Qui siamo a livelli che si muovono su piani diversi, di una violenza apparentemente gratuita che serve a segnare il territorio, volersi imporre utilizzando la forza”.

“Ci sono coinvolte anche altre persone su cui si sta lavorando. – aggiunge il magistrato – È stato difficile rompere il muro di omertà perché si è registrata una ritrosia timorosa alla collaborazione con le autorità. Però ci siamo riusciti. L’aspetto più terribile, con cui ormai ci confrontiamo quotidianamente nelle nostre indagini, è che quelle violenze venivano messe in mostra sui social. Le vittime accertate sono tre, una persona disabile a tutti gli effetti e altre due persone che comunque erano in preda a grossi problemi mentali e di dipendenza anche dall’alcol. Non sarà facile, ma quello che noi auspichiamo è che questi interventi di reazione dello Stato abbiano una funzione non meramente repressiva, ma anche una funzione di recupero”.

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