Militari e Iron Dome schierati negli Emirati: Israele costruisce le sue alleanze (di comodo) diventando il poliziotto del Golfo
Una batteria di Iron Dome schierata ad Abu Dhabi, militari israeliani operativi sul terreno, intercettazioni di missili e droni iraniani. Non un’esercitazione né una vendita di armamenti, ma un intervento diretto. La rivelazione di Axios fotografa un passaggio che fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile: Israele che per la prima volta ha schierato il suo sistema difensivo – adatto soprattutto ai missili di corta gittata, mentre per quelli di lunga ci sono le batterie THaAD o i sistemi Arrow e David’s sling – al di fuori dei suoi confini, negli Emirati Arabi Uniti che nell’ultima guerra, avendo fornito logistica e basi per l’attacco israelo-americano all’Iran, hanno subito le rappresaglie asimmetriche della Repubblica islamica.
Il dato, di per sé, oltre a segnalare un unicum, smonta una retorica molto battuta: quella di un Israele “isolato nella regione”. Una affermazione che poteva avere senso 50 anni fa, ma che oggi appare debole. Dopo gli Accordi di Abramo, la cooperazione con alcune monarchie del Golfo ha fatto un salto di qualità, passando dalla diplomazia alla difesa attiva. Non più relazioni discrete o intelligence condivisa, ma presenza militare e intervento operativo.
Ma è proprio qui che la narrazione si complica. Perché ciò che emerge non è tanto una reale integrazione regionale, quanto una convergenza d’interessi costruita attorno a una percepita minaccia comune. Israele non è “riaccolto” nella regione, è utilizzato e a sua volta utilizza. Il perno, appunto, resta l’ostilità verso l’Iran, più che una vera normalizzazione dei rapporti.
In questo schema, la relazione appare tutt’altro che paritaria. Israele esporta sicurezza – tecnologia, capacità di intercettazione, know-how militare, persino uomini, cioè operatori delle batterie di intercettori – e in cambio ottiene accesso, legittimazione e profondità strategica nel Golfo. Gli Emirati, come altri attori della regione, comprano protezione in un contesto di vulnerabilità crescente. Non è un’alleanza nel senso classico ma un rapporto funzionale, dove la sicurezza diventa leva politica e strumento di influenza.
Il dispiegamento dell’Iron Dome fuori dai confini israeliani segna allora anche un altro passaggio: la trasformazione di Israele in fornitore di sicurezza regionale “sul campo”, non più soltanto in esportatore di sistemi d’arma. Una proiezione che rafforza il suo peso, ma che allo stesso tempo evidenzia la fragilità dell’architettura costruita che in queste ore ha visto anche l’annuncio emiratino di abbandono dell’Opec a partire dal prossimo 1 maggio, uno sviluppo che le permetterà di operare sui mercati con maggior libertà.
Perché questa rete di relazioni resta in larga parte verticale e opaca. Coinvolge élite politiche e apparati militari, ma non attraversa le società. Nelle opinioni pubbliche arabe, anche e soprattutto quelle con cui ha “normalizzato”, Israele continua a essere percepito con estrema diffidenza, se non con ostilità aperta, visto anche il genocidio a Gaza e le pratiche molto simili nel sud del Libano. La normalizzazione, insomma, resta esclusivamente una scelta elitaria, legata a calcoli strategici più che a un reale riavvicinamento, meno che mai un riavvicinamento tra società civili.
L’immagine dell’Iron Dome sopra Abu Dhabi racconta quindi più di un adattamento che non di una riconciliazione. Israele ormai non è più isolato, ma nemmeno davvero integrato. Si muove in uno spazio intermedio, fatto di relazioni utilitaristiche, spesso clientelari, e alleanze difensive, dove la cooperazione è solida finché lo è la minaccia che la giustifica. E in questo equilibrio precario, più che la fine dell’isolamento, si intravede la costruzione di un ordine regionale fondato sulla paura e sulla convenienza. Un ordine che tiene, per ora. Ma che difficilmente può dirsi stabile.