“Portavoce” e “facilitatori di Hezbollah”: le scuse di Israele per mettere nel mirino reporter e giornali in Libano
Amal Khalil, uccisa ieri a Tiri, era una giornalista di Al-Akhbar. Ali Shoeib era accusato di essere un “facilitatore di Hezbollah“. Da anni Avichay Adraee lo prendeva di mira nei sui post su X. L’ultima volta il 18 marzo quando pubblicando alcuni filmati in cui le Idf colpiscono e distruggono obiettivi militari, il portavoce dell’esercito israeliano aveva messo in chiaro: “Ecco come diamo la caccia agli elementi di Hezbollah nel Libano meridionale, Ali Shoeib!”. Il 28 marzo il cronista della tv Al-Manar è stato ucciso insieme a Fatima Ftouni, reporter della tv Al Mayadeen, e al fratello di lei Mohamad, fotoreporter. Hanno tutti in comune un’altra cosa, oltre al fatto di essere stati 4 degli 8 professionisti dell’informazione “eliminati” dalle Israel Defense Forces dall’inizio della guerra in Libano e Iran: lavoravano per media che Tel Aviv considera “portavoci” del Partito di Dio.
Shoeib era il corrispondente per il sud del Libano per Al-Manar, considerata l’emittente televisiva ufficiale di Hezbollah, fondata nel 1990 e sottoposta a sanzioni dagli Stati Uniti dal 2006. “Tra le varie piattaforme – riferisce un report del 31 marzo Alma Research and Education Center, think tank vicino all’intelligence militare israeliana -, è quella che mantiene i legami diretti più stretti con Hezbollah. Sulla homepage di Al-Manar, il tema centrale e costante è Hezbollah, insieme alla continua copertura dell”asse della resistenza‘ (l’alleanza tra Iran, Hezbollah, Houthi nello Yemen, milizie sciite in Iraq, Hamas a Gaza e un tempo il regime di Assad in Siria, ndr) con un marchio inequivocabilmente filo-Hezbollah”.
Al Akhbar, per il quale lavorava Amal Khalil, “è uno dei giornali più popolari in Libano”. Non è un organo “ufficiale”, specifica Alma, ma “affiliato” di Hezbollah: “Sebbene si presenti come indipendente (…) dedica ampio spazio alle sue attività e utilizza una terminologia associata alla narrativa della “resistenza“”. Il centro studi fondato e presieduto dal tenente colonnello Sarit Zehavi, che ha lavorato per 15 anni nell’intelligence delle Idf, fa anche un nome: “Il suo direttore, Ad e fondatore, Ibrahim al-Amin, è strettamente legato a figure di spicco dell’organizzazione”. Per questo è considerato un “agente di Wilayat al-Faqih“, la teoria politico-religiosa sciita pilastro del potere in Iran. In un altro dossier dell’11 luglio 2021, integralmente dedicato a lui, Alma definisce gli articoli di al-Amin “una sorta di bussola – oltre ai discorsi di Nasrallah (l’ex leader ucciso il 27 settembre 2024, ndr) – che orienta le azioni di Hezbollah nei confronti di Israele”.
Altro organo “affiliato” è considerato Al-Mayadeen, network satellitare per il quale lavorava Fatima Ftouni. Alma, i cui analisti provengono da ambienti militari e i cui report circolano in ambienti di sicurezza, lo definisce “l’erede della rete iraniana Al-Alam“, uno degli strumenti più influenti del soft power di Teheran nel mondo arabo. “A differenza di Al-Manar, Al-Mayadeen non è percepito come un organo ufficiale di Hezbollah, ma opera come un sofisticato ‘portavoce’ esterno, in grado di ampliare la portata del messaggio di Hezbollah a un pubblico più vasto rispetto a quello di Al-Manar” e agisce “non come meccanismo organizzativo diretto – conclude Alma Research -, ma come piattaforma ideologicamente allineata che contribuisce a diffondere la sua narrativa a livello regionale”. Tutti motivi necessari e sufficienti alle Idf per eliminare i suoi giornalisti.