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“Michael”: una dichiarazione d’amore che si ferma sul più bello. E forse è solo il primo atto

Amare Michael Jackson oggi significa anche guardare in faccia la parte più buia, senza paura di macchiare il mito
“Michael”: una dichiarazione d’amore che si ferma sul più bello. E forse è solo il primo atto
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Parto da un assunto che per molti critici è un limite, ma che per me è stata una scelta coraggiosa: Michael, il film di Antoine Fuqua, è un atto d’amore dichiarato e senza pudore. Non un documentario, non un’inchiesta. Un atto d’amore. E proprio perché lo è, l’ho guardato con gli occhi di chi ha ballato Billie Jean nella sua cameretta e ha pianto il 25 giugno 2009.
E devo dirlo: il film mi è piaciuto molto.

Jaafar Jackson, il nipote del mito, è semplicemente sbalorditivo. Non recita, incarna. Quando sale sul palco del Motown 25 e fa quel primo passo sulla punta, il tempo si ferma. La scena di Thriller sul set è un tripudio di coreografie e sudore. Fuqua dirige la musica come nessuno aveva mai fatto prima in un biopic, la camera trema con la cassa, i silenzi sono pieni di attesa.
E poi c’è il rapporto con il padre, Joe Jackson. Colman Domingo lo interpreta in modo terrificante, ma mai caricaturale. Lo si vede frustrare, picchiare, umiliare, ma anche – in un solo sguardo – mostrare un amore malato per quel figlio geniale. Il film non lo giustifica, ma non lo trasforma in un mostro. E qui, per me, sta la prima grande forza dell’opera. Michael cresce diventando finalmente il ragazzo che non era mai potuto essere.

Poi arriva il 1984, l’incidente Pepsi al Victory Tour, con i capelli che prendono fuoco.

E da lì in poi si rimane spiazzati. Non arrabbiati, non delusi. Perché il film si chiude con l’esibizione di Bad, con Michael in giacca di cuoio e cinturoni, e poi – buio. Niente Dangerous. Niente HIStory. Niente Neverland. Niente del 1993, niente del 2005, niente del processo. Niente della sua caduta. Niente del This Is It.
È come se qualcuno avesse letto la prima metà di un romanzo meraviglioso e avesse deciso di fermarsi al capitolo più felice. E se non fosse un caso? E se questa cesura, netta, quasi violenta, fosse in realtà un cliffhanger cinematografico? Il film si intitola Michael, non Michael: The Early Years.

Si chiude con lui all’apice del successo commerciale e artistico, ma con le prime crepe evidenti, l’ossessione per la chirurgia, la fuga dalla famiglia, il bisogno disperato di infanzia. L’ultima inquadratura lo mostra da solo, in un teatro vuoto. È una vittoria, ma è già una prigione.
Il preludio perfetto a un sequel.

Non sarebbe la prima volta. Un secondo film potrebbe intitolarsi The King of Pop e raccontare il triennio 1988-1993, l’acquisto di Neverland, l’amicizia con Macaulay Culkin, le prime accuse, il crollo psicologico. Un terzo capitolo (This Is It?) sul ritorno e la morte, assurda. Sarebbe un’operazione dolorosa ma necessaria per completare un atto d’amore.

Perché amare Michael Jackson oggi significa anche guardare in faccia la parte più buia, senza paura di macchiare il mito.
E comunque, anche così com’è, Michael mi ha fatto battere il cuore. E a volte, per un film su un artista, è già abbastanza.

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