Quando Roma divenne capitale della scena internazionale: la storia dimenticata del Teatro Club
In genere, quando si parla di Roma in relazione alle vicende del nuovo teatro degli anni Sessanta e Settanta, ci si limita a ricordare pigramente il fenomeno delle “cantine romane”, dimenticandosi di citare un’esperienza di ben più ampio respiro, non solo cronologico, e che comunque ebbe inizio molto prima, nel pieno degli anni Cinquanta. Mi riferisco al Teatro Club, animato fra 1957 e 1984 da due figure d’eccezione: Gerardo Guerrieri (1920-1986), regista, traduttore, critico e studioso di teatro, e sua moglie Anne d’Arbeloff (1925-2022), viaggiatrice, giornalista, poetessa, appassionata di teatro e straordinaria organizzatrice.
Diversissimi per origine e bagaglio culturale, Gerardo e Anne erano accomunati dalla stessa, incrollabile convinzione che la cultura e l’arte, con il teatro al primo posto, dovessero servire più di tutto a erodere le barriere di ogni tipo e a costruire ponti, occasioni d’incontro, di dialogo, di conoscenza reciproca.
Pronunciate oggi, possono suonare parole un po’ consumate, perché le abbiamo sentite usare troppe volte, rimanendo quasi sempre delusi. Ma negli anni Cinquanta, quando il mondo cercava di risollevarsi dalle macerie e dagli orrori della Seconda guerra mondiale, erano parole e propositi da pionieri visionari.
Del resto, Guerrieri un precursore geniale lo fu sempre, in tutte le sue attività di intellettuale poliedrico prestato al teatro. Con pochissime risorse, senza finanziamenti pubblici i primi anni, il Teatro Club riuscì a sopravvivere e a lasciare il segno, grazie anche alla formidabile rete di sostenitori illustri, italiani e stranieri, americani, inglesi e francesi soprattutto. Per limitarsi ai primi: Michelangelo Antonioni, Luchino Visconti, Vittorio Gassman, Carlo Levi, Alberto Moravia, Federico Fellini, Ennio Flaiano, Cesare Zavattini e altri ancora.
Grazie al Teatro Club, Roma si sprovincializzò, diventando una capitale del teatro internazionale. Arrivarono il Living Theatre (prima tournée italiana in assoluto), Peter Brook, Tadeusz Kantor (prima dell’esplosione de La classe morta), il Caffé La Mama di Ellen Stuart, Merce Cunningham, Jerome Savary. Ma anche il teatro giapponese Nō, i danzatori balinesi, il mimo francese (Lecoq e Barrault), gli chansonniers (Jacques Brel, George Brassens, Catherine Sauvage), le danze popolari russe, il Ballet Rambert da Londra e il teatro di burattini di Sergey Obraztsov da Mosca. L’idea di far conoscere “tutto quello che c’è di meglio internazionalmente”, come scrive Guerrieri negli appunti sulla prima stagione, è soltanto una delle novità precorritrici e, a posteriori, nemmeno la più significativa.
Più importante fu l’idea della trasversalità, e cioè di costruire programmi che corrodessero i confini fra generi, discipline, arti, cultura alta e bassa.
Più importante fu l’invenzione di nuovi formati e nuove modalità d’incontro fra il pubblico e il lavoro artistico.
Tutti conosciamo gli one-man show, i workshop, le conferenze-spettacolo. Sono entrati ormai da decenni nelle pratiche diffuse del teatro, ma i primi ad averli organizzati sono stati Gerardo e Anne, mossi da una scelta culturale e, nello stesso tempo, da ragioni di tipo economico. Lo studio dell’attore e della recitazione, ad esempio, è stato uno dei grandi rovelli intellettuali di Guerrieri. Ed ecco allora l’idea – scrive sempre negli appunti – di chiamare gli attori a fare “un bilancio del loro lavoro. A loro stessi: una specie di confessione-autocritica”. E poi l’attenzione a giovani e giovanissimi. Allora il teatro-ragazzi era ovviamente di là da venire. La stessa ondata dell’animazione teatrale avrebbe aspettato un decennio, almeno, prima di manifestarsi.
Al Teatro Club si parla di Teatro e ragazzi già in un convegno apposito della stagione d’apertura, da cui, nel ’60-61, sarebbe nata la prima filiazione, il Teatro Club Giovani, con un lavoro di divulgazione dei classici: Shakespeare, Corneille, de Musset.
L’apertura del teatro a pubblici nuovi e più vasti, al di là dell’abituale, ristretta élite borghese, è stata notoriamente un’istanza sessantottesca. Anche in questo caso, Teatro Club anticipa, con la creazione del Teatro Club Popolare nel 1962, inaugurato dagli spettacoli dell’imponente compagnia di danze popolari russe diretta da Igor Moiseev: 80.000 spettatori in 8 repliche nel Palazzo dello Sport, location del tutto inusuale ai tempi. Nel 1969 nasce il Premio Roma, sostituito da Europa Off ’79. L’ultima grande manifestazione organizzata da Anne e Gerardo fu, nel ’81-’82, Le Maschere di Dio, con due focus: sugli aborigeni astraliani e sulla cultura nera americana.
Grazie all’impegno infaticabile della figlia Selene, che ha portato qualche anno fa alla nascita dell’Associazione Culturale Gerardo Guerrieri, e che si sta dedicando a preservare la memoria dei genitori, anche questo capitolo quasi dimenticato della storia teatrale del nostro Paese è stato riportato alla luce.
Scientificamente il merito va in primo luogo a Stefano Geraci, che ha già diverse pubblicazioni guerrieriane al suo attivo, e al quale si devono anche l’ideazione e la realizzazione, con un ristretto numero di collaboratori, della mostra virtuale “L’avventurosa storia del Teatro Club” (visitabile sul sito dell’Associazione) e (insieme a Emanuela Bauco) dell’Album omonimo, Pandion Edizioni, 2025.