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Dai Pearl Jam a Justin Bieber: ecco come si è ridotto il Coachella in 27 anni

Il sistema che cercarono di combattere nel 1993 non è stato sconfitto: Ticketmaster è ancora lì, più grande di prima. E il festival è diventato uno dei suoi bracci armati
Dai Pearl Jam a Justin Bieber: ecco come si è ridotto il Coachella in 27 anni
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Il Coachella Festival compie ventisette anni. E il modo migliore per celebrarli è raccontare come è ridotto. Tutto comincia con delle immagini. Scorrono sui social le riprese del set dei Nine Inch Nails e mi ritrovo ancora una volta ingolosito. Ho perso il conto di quante volte ho visto Trent Reznor: l’ultima, con Boys Noize, a Zurigo. È inutile, non ci si abitua. È uno di quei live che ti restano addosso e basta.

Il Coachella esiste grazie a un atto di resistenza che i suoi organizzatori hanno tradito nel tempo. Il 5 novembre 1993 i Pearl Jam suonano all’Empire Polo Club di Indio davanti a 25.000 persone per evitare le commissioni sconsiderate di Ticketmaster, che già allora infarciva il prezzo finale di commissioni. Paul Tollett, il promoter di quella serata, sei anni dopo trasforma quell’idea in un festival. Prima edizione, 1999: Beck, The Chemical Brothers, Rage Against the Machine, Tool. Biglietto a 50 dollari, senza sovrapprezzi.

Quel festival nasceva per resistere al sistema. Oggi è il sistema. Vediamo qualche numero attuale. Nove, per restare fedeli a questo blog.

• 649 dollari – General Admission (3 giorni)
• 1.200+ / 2.500 dollari – VIP e resale
• 25-30 dollari – Parcheggio giornaliero
120-150 dollari – Shuttle pass
• 6-8 dollari – Una bottiglia d’acqua
•15-18 dollari – Una birra
• 90-110 dollari – Tacos e nachos
• 25-35 dollari – Pasto vegano
• 80-100 dollari – Un armadietto per il weekend

Una percentuale elevatissima dei partecipanti compra il biglietto a rate perché non ha i soldi per pagarlo tutto in una volta. Anche lì, naturalmente, c’è una commissione.

I nomi in alto raccontano già tutto: Sabrina Carpenter e Justin Bieber. Non è un giudizio estetico. O meglio, non solo. È una constatazione: nel 1999 sul palco principale c’erano Rage Against the Machine e Tool. Nel 2026 bastano questi nomi per capire quanto è cambiato il baricentro. Nel mezzo, oltre a Reznor e soci, ci sono nomi interessanti – The xx, The Strokes, Interpol, Jack White, Turnstile – ma sono eccezioni in una lineup costruita sempre più attorno alla visibilità social e sempre meno attorno alla musica. Il festival che nel 1999 era il punto di riferimento della musica alternativa mondiale si è trasformato in un evento di intrattenimento generalista con qualche concessione al passato.

Il sistema che i Pearl Jam cercarono di combattere nel 1993 non è stato sconfitto: semmai si è evoluto. Ticketmaster è ancora lì, più grande di prima. E il Coachella, nato come alternativa, è diventato uno dei suoi bracci armati.

Chi non può permettersi 649 dollari compra a rate, chi non può permettersi nemmeno quello guarda lo streaming su YouTube. Il festival democratico per eccellenza è diventato un prodotto di lusso; la musica stessa lo è diventata.

Per molti, ma non per tutti.

Trent Reznor nel deserto californiano è ancora uno spettacolo. Ma non è solo lui: in questi giorni su quel palco ci salgono anche David Byrne e Iggy Pop, dinosauri del rock la cui storia racconta un’etica che oggi sembra smarrita. Suonare lì nel 2026 significa mettere la propria faccia su un meccanismo che ha poco da spartire con la musica e molto con l’industria dell’intrattenimento a prezzi da capogiro.

Carissimi: Trent Reznor, David Byrne e Iggy Pop, non fate i finti tonti: lo sapete benissimo cosa state legittimando.

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9 Canzoni 9… per non fare schifo

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