“Lockdown energetico? Il capitalismo ha fallito. Il guaio è che Trump ci convince che la sostenibilità è da radical chic”: parla l’ex presidente di Banca Etica
“L’Italia è piena di risorse. Fiumi, vento, energia solare. Mi scusi, lei sta a Milano? Che tempo c’è oggi? Immagino un sole che spacca le pietre, come qui da me”. Ugo Biggeri vive in provincia di Firenze, non lontano da Londa, comune di meno di 2mila abitanti lungo la strada che porta alle Foreste Casentinesi dove ha fondato – con spirito di sana provocazione – la Londa School of Economics. Un centro scientifico – e culturale – che mette al centro l’ambiente e le persone, e dunque le comunità, nei processi di crescita economica e sociale. Presidente di Mani Tese fino al 2000, successivamente tra i fondatori di Rete Lilliput e di Banca Etica (di cui è a capo dal 2010 al 2019), oggi Biggeri è rappresentante per l’Europa della Global Alliance for Banking on Values e guarda con attenzione a ciò che sta accadendo sullo scacchiere internazionale e, a cascata, in Italia, dove la dipendenza dai combustibili fossili ci lascia in balia di shock geopolitici incontrollabili.
Mentre parliamo sono in corso le trattative per la riapertura dello Stretto di Hormuz, eppure la spada del lockdown energetico pende sopra le nostre teste. Cosa pensa?
Mi viene da dire che abbiamo sbagliato tutto, che in definitiva siamo responsabili di una cattiva organizzazione. Affermare che abbiamo un problema ora, legato ai combustibili fossili, significa nascondere un problema nel lungo periodo. Il paradosso è che abbiamo tutta l’energia di cui avremmo bisogno, la natura è piena di risorse, ma abbiamo preso nella maniera sbagliata il concetto di sostenibilità.
In che senso?
Le destre ma specialmente Donald Trump, che le sta ispirando, è un vero campione nel nascondere la testa sotto la sabbia. Ha reso politico il concetto di sostenibilità. Nel suo caso, la rinuncia alla sostenibilità. Il suo ragionamento è che se sei per le rinnovabili sei un cretino, un radical-chic. Mentre l’approccio “drill, baby, drill” diventa figo. La verità però è che ci sta portando al disastro. Al di là dei rapporti tra le nazioni, il suo è un approccio violento.
Tornando alla domanda iniziale…
La risposta è semplice: se ci fossimo occupati di rinnovabili in maniera seria negli ultimi 20 anni, oggi saremmo nella posizione della Spagna. Perché la verità è che l’Italia non ha un problema energetico, ha un problema politico di lungo termine nella gestione delle risorse già disponibili.
Ciò che vediamo è che l’Europa, l’Italia, ne stanno uscendo con le ossa rotte. Il governo, Matteo Salvini in testa, sta cogliendo l’occasione per dire che la soluzione è il nucleare.
Ho un dottorato di ricerca in Fisica, studi su un reattore nucleare li ho fatti, perciò posso dire di conoscere l’argomento e di non averne paura. Sono 40 anni che ci dicono che è la soluzione, ma se guardiamo alla Francia scopriamo che ha costi enormi di gestione dell’energia nucleare, oltre al fatto che non la si mette in piedi dall’oggi al domani, ci vogliono decine di anni. E se guardiamo all’Ucraina? In un contesto in cui la stabilità geopolitica non è più garantita, le centrali sono diventate un obiettivo militare. In definitiva, sono contrario, perché scarichiamo sulle generazioni future una serie di problemi sostanzialmente impossibili da risolvere. Come sosteneva Hans Jonas col principio responsabilità, abbiamo dei doveri nei confronti di chi verrà dopo di noi.
La soluzione, quindi?
Puntare sulle rinnovabili. È una questione pratica, di efficienza. Però, come dicevo prima, il discorso è stato politicizzato. Oggi vediamo comitati locali di opposizione al solare, o all’eolico, che magari partecipano ai cortei per l’Iran o la Palestina. È un controsenso. Per concludere, l’Italia è piena di risorse, penso anche all’idroelettrico, del quale avevamo grande tradizione, e la Spagna è lì da monito. Eppure i sovranisti che ci governano sono contrari alla sovranità energetica.
Una contraddizione…
Un’incongruenza evidente. Con la Londa School of Economics ribaltiamo la prospettiva. Mi spiego. Se ragioniamo coi paradigmi dell’economia dominante, il profitto precede qualsiasi altra considerazione. Ha la priorità rispetto a tutto, va da sé. E ciò anche se è chiaro che nel lungo periodo il castello di carte, a causa dei cambiamenti climatici o per via dell’esaurirsi delle risorse, cadrà. Da qui la provocazione di Londa, e non Londra.
Spieghi meglio.
Se vivi in un paese di un’area interna, vuol dire che hai accettato una serie di limiti. Paradossalmente, le aree interne italiane possono fare da specchio a un paradigma economico astrattivo, insegnando, col loro esempio, a stare in equilibrio con la natura e le altre persone. Di questo abbiamo un grande bisogno. Bisogna avere il coraggio di dire che è necessario cambiare il paradigma economico in cui viviamo che è pervaso da un consumismo spinto in ogni settore. La radice è riconoscere che i limiti sono importanti. In questo senso, uno dei punti del nostro manifesto è che “limitare” è un verbo generativo.
Cosa intende?
Se guardiamo all’economia di mercato, i limiti, se posti col giusto metodo, portano innovazione. Voglio essere più esplicito: se davvero mettiamo un limite al petrolio, e ci diciamo che tra qualche anno dobbiamo uscire dai combustibili fossili, genereremmo un’innovazione enorme. È la stessa cosa che è successa in passato coi clorofluorocarburi, quando nel giro di pochi anni si è trovata l’alternativa. Cioè, quel limite non ha creato disperazione ma innovazione. Ed è la stessa cosa che è successa quando sono stati introdotti i diritti per i lavoratori: l’economia è migliorata, alla faccia di chi sosteneva che sarebbe crollato tutto. Il problema è che oggi ci vogliono convincere – e ci stanno riuscendo – che il limite non crea sviluppo. Ma la verità è l’esatto opposto: l’assenza di limite genera devastazione.
Non lo ha citato ma naturalmente il suo discorso fa riferimento ad Alexander Langer. E allora le chiedo: come si rende desiderabile questo cambio di paradigma? L’impressione, oggi, è che se si parla di transizione ecologica le persone storcono il naso.
Col Green Deal europeo non ci siamo andati così lontani. In quel momento il cambiamento sembrava desiderabile, anche perché la Commissione Ue risponde a logiche di consenso. Purtroppo non è stato gestito ed è passata l’idea che a pagare la transizione fossero le classi più deboli, con le destre e il mondo Maga che hanno rivendicato con orgoglio lo sfruttamento dei combustibili fossili. Ma secondo me quel momento storico non lo abbiamo perso del tutto, le persone desiderano ancora la transizione. Il problema è che ora sono spaventate. La paura è venuta perché qualcuno, scientemente, l’ha usata come arma.
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