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Crisi energetica, si è parlato di rischio di ritorno alla didattica a distanza: sembra che la storia non insegni nulla

Ciò che atterrisce è che i ragazzi sono sempre i primi sacrificabili. La nostra società non sa invertire rotta
Crisi energetica, si è parlato di rischio di ritorno alla didattica a distanza: sembra che la storia non insegni nulla
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di Sara Gandini e Paolo Bartolini

La crisi energetica incombente, dovuta come sappiamo all’aggressione illegittima di Usa e Israele all’Iran, sta comprensibilmente generando il panico. I governi, sempre proni alle politiche d’oltreoceano, oggi non sanno che pesci prendere. L’Ue, che non ha fatto nulla per condurre il conflitto tra Russia, Nato e Ucraina sul sentiero della diplomazia, ci lascia oggi senza il gas russo e prepara i paesi europei a una pericolosa recessione (che colpirà, come sempre, i ceti medi, quelli popolari e i lavoratori in genere).

Dinnanzi all’urgenza di far fronte ai problemi di approvvigionamento, si tornano a utilizzare parole oramai divenute di uso comune come “austerity”, “lockdown” e “didattica a distanza”. Quest’ultima viene evocata, addirittura, da un sindacato degli insegnanti e formatori (l’Anief) che paventa di tenere a casa bambini e ragazzi a partire dal mese di maggio come rischio “consequenziale all’entrata in vigore di misure atte a risparmiare le risorse energetiche, dalla razionalizzazione di luce, gas e petrolio allo smart working per tutti i dipendenti pubblici”.

Sembra davvero che la storia – in questo caso quella della controversa governance pandemica – non insegni nulla. Il neoliberalismo autoritario e di guerra prima crea i problemi (smantellando la sanità pubblica, non investendo adeguatamente sull’energia pulita e portando il caos ovunque le élite neocon intendano consolidare il potere di Stati Uniti e Israele), poi impone finte soluzioni per risolverli (ovviamente aggravandoli: come fu con i lockdown prolungati, i giovani lasciati davanti agli schermi privi di relazioni sociali, per non parlare del dispositivo inutile e dannoso del green pass – a proposito, quanto manca all’instaurazione di una cittadinanza a punti che premi chi terrà luci spente, condizionatori fermi e sceglierà lo smart working cinque giorni su sei?).

Ciò che atterrisce è che i ragazzi sono sempre i primi sacrificabili. La nostra società non sa invertire rotta e, quando esplodono le criticità dovute all’essenza smisurata del tecno-capitalismo, chiede ai cittadini di rinunciare a diritti e spazi vitali. Lo spirito emergenziale sta rompendo tutti gli argini e, curiosamente, una parte degli stessi agenti educativi pare aver introiettato passivamente la logica delle restrizioni e del controllo diffuso sperimentata dal 2020 in poi.

Questo allarme per ora non ha trovato riscontri, ma sappiamo bene che gli unici investimenti che si stanno facendo nella scuola come nella sanità sono sul digitale. Pur di risparmiare sul personale si ricaccia senza problemi la nuova generazione in casa davanti a quegli schermi che contribuiscono, quotidianamente, alla “guerra per l’attenzione” (come recita un bel libro uscito per le edizioni Malamente) scatenata contro di noi da Big Tech e i padroni delle piattaforme. Tutto questo mentre si pianifica l’arrivo di algoritmi e robot nella sanità tanto da progettare interi ospedali completamente gestiti dall’intelligenza artificiale, come hanno raccontato a Presa Diretta.

Ma forse queste proposte vengono accettate dalla popolazione senza grandi obiezioni perché l’AI è comoda, ci accontenta, risolve, è efficiente, non pone problemi e ci dà sempre ragione. Decisamente un’altra cosa dalle relazioni in presenza che implicano discussioni, conflitti e un coinvolgimento emotivo che sono indubbiamente faticosi. E rinunciare alla ricchezza che viene dall’umanità è il più grande rischio.

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