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Record di incidenti e decessi in montagna, il presidente del Cai: “Falso che le persone siano più impreparate, ecco quali sono le vere cause”

L'intervista ad Antonio Montani, presidente del Club alpino italiano, che analizza i dati diffusi dal Soccorso alpino
Record di incidenti e decessi in montagna, il presidente del Cai: “Falso che le persone siano più impreparate, ecco quali sono le vere cause”
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Record di incidenti e vittime in montagna. È una tendenza stabile, specialmente da cinque anni a questa parte. Eppure i dati diffusi dal Corpo nazionale Soccorso alpino e speleologico danno da riflettere. Per cominciare, i numeri: gli interventi di soccorso nel 2025 sono stati 13.037, +8% rispetto ai 12.063 del 2024; i decessi sono stati 528, vale a dire +13%, quasi 10mila i feriti (9.624), 4.231 le persone illese. E in quale scenario si sono verificati? In testa l’escursionismo (43,6% dei casi), poi la mountain-bike (7,6%), lo sci (7,4%), l’alpinismo (5,3%) e la ricerca di funghi (3,2%). A interpretare i dati, dal suo osservatorio con oltre 350mila iscritti (e di cui il Cnsas fa parte), ci aiuta il presidente del Cai (Club alpino italiano), Antonio Montani.

Presidente, i dati diffusi dal Cnsas segnano un trend costante: interventi e vittime in montagna sempre in aumento.

Sono dati perfettamente in linea col trend che abbiamo rilevato. Da quando sono a capo del Club alpino italiano (dal 2022, ndr) registriamo un aumento dei nostri soci del 10% all’anno. Per una buona fetta si tratta di persone che in passato non hanno avuto a che fare con la montagna, ma alle quali la passione è venuta in anni recenti, soprattutto dopo il Covid. Per questo, ribadisco, i dati del Soccorso alpino mi sembrano in linea con quanto stiamo osservando ultimamente: più persone che si avvicinano alla montagna, più incidenti.

C’è, come si legge o si sente dire in tv, una maggiore impreparazione rispetto al passato? Capita che sui giornali finiscano persone fotografate con le infradito a più di 3mila metri di quota, a cui segue immancabilmente la polemica.

So di andare controcorrente, ma secondo me no, non c’è maggiore impreparazione. Chi è preparato è chiaro che veda persone con abbigliamento inadeguato, o che non sanno muoversi in determinati contesti, ma se guardo i dati non vedo questo fenomeno. E infatti ciò che ci dicono i numeri è che l’escursionismo, anche di media montagna, si configura come l’attività più pericolosa. Ai tg e sui giornali, al contrario, trovano grande enfasi le notizie relative ai – purtroppo – tanti morti sotto le valanghe, o al caso, per esempio, dei due alpinisti morti sul Gran Sasso. La verità è che quando ci si muove ci si fa male, e succede più spesso sui sentieri. Capita anche agli alpinisti, che si infortunano spesso in discesa, sui sentieri, e non in parete.

Quindi esiste una bolla mediatica che non corrisponde alla realtà?

Sì, ma con una parentesi gigante, in grassetto. Perché questo non significa che non si deve continuare a fare attività di informazione e di educazione. Capitano sì fatti sciagurati, ma li paragonerei al caso della persona che prende l’autostrada in contromano. Fa clamore, ma è una bolla. Ciò che fa la differenza è la disattenzione, perché qui, come ho detto prima, si parla di sentieri. Se faccio una stima, si parla di 13 milioni di persone che frequentano la montagna. È un numero impressionante, che non può che farci piacere. Ma mi faccia aggiungere una cosa.

Prego.

È doveroso rivolgere un pensiero ai tantissimi volontari del soccorso alpino. Non solo per i loro interventi, che salvano le vite, ma anche per le ore e ore che dedicano alla loro preparazione. Tutto tempo sottratto alla famiglia e al lavoro.

Faccio un passo indietro: si ha la sensazione che negli incidenti vengano sempre più coinvolte persone esperte.

Credo ci sia uno spostamento delle attività. Mi spiego: 30-40 anni fa era molto diffuso l’alpinismo classico. Viceversa negli ultimi anni c’è stato un boom dello scialpinismo. Un’attività che, per quanto si analizzino le valanghe, resta pericolosa. Qui, in questo contesto, registriamo in proporzione un numero alto di decessi. In questo senso mi sento di invitare alla prudenza. Perché nello scialpinismo la preparazione non basta, ci sono un’infinità di variabili e situazioni borderline, per le quali talvolta è più saggio rinunciare, girare gli sci e tornare a casa.

Che peso hanno i cambiamenti climatici?

Un peso lo hanno senz’altro, perché li vediamo, sono innegabili. Specialmente per quanto riguarda le attività invernali. Ma aggiungo un pezzo: rispetto a 20-30 anni è cambiata la fruizione della montagna. Prima lo scialpinismo era soprattutto un’attività primaverile, oggi si comincia già a novembre, con la prima neve. È cambiato l’approccio e così i numeri: la stagione si allunga, gli incidenti aumentano.

A proposito, due anni fa avete messo in campo il vostro Osservatorio nazionale incidenti in montagna.

Abbiamo raccolto esperti, nivologi, soccorritori, realizzando una struttura operativa composta da un team di persone che, con un approccio multidisciplinare, cercano di capire le cause degli incidenti, con l’obiettivo di prevenirli. Siamo all’inizio, ma abbiamo già avuto richieste di perizie da parte dei Tribunali.

Sul fronte della comunicazione, a parte voi, Cai, e Soccorso alpino, si ha la sensazione che ci sia poco altro. Vi sentite soli?

Non voglio fare polemica, anzi, faccio autocritica: quello che mi sento di dire è che dobbiamo metterci più impegno, noi in primis. Quando mi capita di parlare con le istituzioni, a tutti i livelli, dal locale al nazionale, vedo sempre grande attenzione nei nostri confronti. Il problema vero è che il più delle volte le persone, pur attente, non conoscono il nostro mondo. Sono persone che non hanno mai frequentato la montagna. È un po’ come andare in spiaggia, restare lì, e dire di conoscere il mare.

Mail: a.marzocchi@ilfattoquotidiano.it
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