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Salute e ambiente, l’epidemiologo Vineis: “Il cambiamento climatico funziona da moltiplicatore delle diseguaglianze sociali”

Il docente: "Sopravvivere alla crisi non è un problema tecnico, ma il più grande problema politico della nostra epoca. La tecnologia non ci salverà, è necessario invece gestire conflitti, responsabilità e la cooperazione in un modo radicalmente diverso"
Salute e ambiente, l’epidemiologo Vineis: “Il cambiamento climatico funziona da moltiplicatore delle diseguaglianze sociali”
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Le malattie? Non sono fatti biologici isolati, ma anche il prodotto di determinanti sociali ed economici che espongono in modo diseguale le diverse classi sociali ai rischi ambientali, per primo il cambiamento climatico (oltre che ai rischi legati ai comportamenti). Eppure, nonostante anni di studi e di osservazioni sul campo, la situazione non cambia e le emissioni di gas serra aumentano. Il motivo, spiega Paolo Vineis, professore ordinario di Epidemiologia Ambientale presso l’Imperial College di Londra, autore – con Luca Savarino – del libro “Come sopravvivere alla crisi ambientale. Salute e diseguaglianze” (Cortina), non è scientifico ma politico, perché “l’attuazione delle soluzioni richiederebbe una trasformazione radicale dei rapporti di potere che governano il mondo”.

Partiamo dalla salute. Quali sono gli effetti della crisi climatica?

Gli effetti immediati sulla salute del cambiamento climatico si sono visti soprattutto per quanto riguarda gli eventi estremi, quindi temperature estreme, ondate di calore, inondazioni, siccità. Pensiamo all’alluvione di Valencia o all’incendio di Los Angeles. Ma gli effetti invece sul lungo periodo, che non sono visibili immediatamente, hanno cominciato a essere studiati solo negli ultimi anni.

Può farci qualche esempio?

Un esempio che citiamo e che abbiamo studiato, è quanto avviene in Bangladesh, dove l’aumento del livello del mare porta a un aumento della salinità dell’acqua da bere per centinaia di migliaia di persone. Poi c’è il problema della diffusione delle malattie infettive legate a vettori come le zanzare che si spostano a latitudini in cui non erano presenti, portando in Europa malattie come la dengue, Chikungunya e altre. Ancora, è probabile che l’incremento delle temperature e di umidità diffonda fenomeni come le muffe nelle case, e contribuisca al cambiamento qualitativo del microbioma ambientale.

Il cambiamento climatico incide anche su malattie cronico-degenerative come malattie cardiovascolari, tumori etc?

Diciamo che esiste una interazione tra vari fattori. Malattie come ipertensione, diabete, patologie cardiovascolari, la stessa obesità facilitano l’insorgenza di altre malattie. Il cambiamento climatico funziona da moltiplicatore delle diseguaglianze sociali nel favorire l’interazione tra diversi fattori di rischio.

E poi c’è la perdita di biodiversità. Cosa comporta per la salute?

Ci sono ora studi sull’impatto della riduzione della biodiversità. Ad esempio in campo alimentare, dove si assiste a una semplificazione dell’alimentazione legata a un consumo di cibi industriali che aumentano malattie cardiovascolari e tumori. Un altro esempio è la migrazione degli animali indotta dalla deforestazione, che aumenta il rischio di spillover per le malattie infettive: penso all’Amazzonia, ma anche alla foresta del Congo, dove specie animali entrano a contatto per la prima volta e si scambiano virus.

Lei affronta anche il tema dell’antimicotico e antibiotico-resistenza.

Il problema qui nasce dall’uso degli antibiotici negli allevamenti e dall’abuso di antibiotici in terapia. Inoltre, si è scoperto che alcuni antifungini usati in agricoltura sono gli stessi usati per trattare le malattie umane da funghi; anche da qui nasce l’antimicotico resistenza.

Nel libro vi chiedete come sia possibile che nonostante le migliaia di studi sul clima le emissioni siano ancora in aumento.

Sì. Purtroppo più aspettiamo e più diventa difficile risolvere la crisi. Avevamo una riforma quadro per affrontare il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità, il Green Deal, un sistema complesso e articolato, concepito molto bene e con interventi su tutti i livelli, ad esempio quello finanziario. Ora purtroppo il Green Deal è in crisi a causa di una involuzione politica e di paesi che remano contro la transizione ecologica, inclusa l’Italia. E poi ovviamente a causa della nuova economia imposta dalla guerra.

Quanto contano i cambiamenti dei singoli?

I comportamenti individuali sicuramente sono importanti, ma non sono sufficienti, anzi in assenza di iniziative istituzionali possono essere disincentivati. Di sicuro non possiamo stare ad aspettare soluzioni futuribili come la fusione nucleare o altre soluzioni tecniche che sono addirittura pericolose come la geoingegneria.

Voi criticate come soluzione una sorta di universalismo ecologico astratto uguale per tutti e auspicate che si parta dalle diseguaglianze.

Nel libro spieghiamo che non siamo tutti sulla stessa barca, ovvero lo siamo se guardiamo al lunghissimo periodo (il rischio di estinzione), ma non a quello medio o breve. Quello che emerge sono soprattutto le diseguaglianze sociali nei paesi e tra paesi, di fronte al rischio climatico. Le grandi vittime del cambiamento climatico al momento sono i paesi del sud globale e le classi sociali più povere dei paesi ricchi.

Ma allora da dove potremmo iniziare per cambiare le cose?

Un argomento su cui si può far leva, tornando alla salute, è proprio quello dei co-benefici, ovvero il fatto che molte delle azioni che contrastano il cambiamento climatico e la crisi ambientale in generale sono anche azioni benefiche per la salute. L’argomento della prevenzione è un argomento forte, oggi che i sistemi sanitari rivolti alla cura sono in crisi economica. Pensiamo ai costi colossali che ha una malattia come il diabete. La prevenzione primaria è importante, inclusa quella ambientale. Forse come messaggio per le persone si potrebbe ripartire da qui. Sempre ricordando una cosa.

Quale?

Che sopravvivere alla crisi ambientale non è un problema tecnico, ma il più grande problema politico della nostra epoca. La tecnologia non ci salverà, è necessario invece gestire conflitti, responsabilità e la cooperazione in un modo radicalmente diverso.

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