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Quinta settimana di guerra all’Iran: tutti i danni all’economia mondiale. E ora l’Ue chiede ai governi l’austerity energetica

Il gas sul mercato europeo Ttf è rincarato del 74%. I future sul petrolio Brent sono saliti del 48% e i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti di oltre il 30%, superando i 4 dollari al gallone per la prima volta dal 2022. Ora stiamo arrivando alla fase in cui, per Asia e Europa, i combustibili inizieranno a scarseggiare
Quinta settimana di guerra all’Iran: tutti i danni all’economia mondiale. E ora l’Ue chiede ai governi l’austerity energetica
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Alla quinta settimana di guerra con l’Iran, i principali indicatori economici globali dicono che il conflitto scatenato da Stati Uniti e Israele sta precipitando l’economia mondiale in una crisi sistemica che potrebbe tradursi in una stagflazione globale. Ovvero un mix di inflazione elevata e crescita stagnante che mette all’angolo governi e banche centrali, perché le politiche solitamente adottate per contenere i prezzi tendono a deprimere ulteriormente l’attività economica – peggiorando la situazione – e viceversa.

Il fatto è che in caso di rapida chiusura delle ostilità il boom dei prezzi dell’energia avrebbe potuto restare uno choc geopolitico circoscritto. Ma ora, con il blocco prolungato dello stretto di Hormuz che innesca continui rialzi delle quotazioni al netto dei ritracciamenti determinati dalle giravolte di Donald Trump, i mercati stanno prezzando uno scenario molto diverso. Quello in cui la crisi energetica “più grave della storia” (parola dell’Agenzia internazionale dell’energia) si trasmette pesantemente all’economia reale e alle condizioni finanziarie globali.

Intanto stiamo arrivando alla fase in cui i combustibili non solo sono un salasso, ma scarseggiano. Non a caso tra analisti e istituzioni il dibattito si è spostato sulla necessità di “distruggere domanda” per riequilibrare un’offerta sempre più scarsa. “La crisi non sarà di breve durata. Anche se ci fosse la pace domani, non potremmo tornare alla normalità in un futuro prossimo”, ha avvertito martedì il commissario Ue all’Energia Dan Jorgensen.

Boom di petrolio e gas. E ora serve “distruggere domanda”

Partiamo dai numeri. Il traffico nello stretto di Hormuz, snodo da cui passano circa un quinto del commercio globale di petrolio e gas naturale liquefatto, si è quasi azzerando crollando di oltre cento navi al giorno rispetto agli almeno 135 transiti medi del periodo pre conflitto. Il gas sul mercato europeo Ttf, dopo lo stop alla produzione da parte del Qatar nella maxi area industriale di Ras Laffan e i gravi danneggiamenti a molti impianti produttivi nell’area del Golfo, è rincarato del 70% circa, fatte salve le oscillazioni giornaliere. I future sul petrolio Brent sono saliti quasi del 50% e i prezzi medi della benzina negli Stati Uniti di oltre il 30%, superando i 4 dollari al gallone per la prima volta dall’agosto 2022. Linea rossa dolorosissima per i consumatori Usa e segnale d’allarme per la Casa Bianca in vista delle elezioni di Midterm.

Ma l’andamento dei prezzi, come ha fatto notare su Bloomberg Javier Blas, non riflette ancora il reale impatto della carenza di offerta. Siamo in un limbo destinato a finire presto. A breve, prevede lo specialista di commodity, mancherà materialmente il petrolio. Già oggi, per bilanciare i due piatti della bilancia, sarebbe necessaria una “distruzione di domanda” pari ad almeno 8 milioni di barili al giorno, cioè il consumo di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Spagna messe insieme. Concorda l’economista Paul Krugman, che nella sua newsletter su Substack avverte come le consegne ai mercati asiatici siano destinate a terminare questa settimana e quelle all’Europa la prossima.

La Ue: “Misure per ridurre i consumi”

Per “distruggere” – ovvero ridurre – la domanda ci sono più strade. I consumatori tendono ovviamente a farlo in autonomia quando i prezzi continuano a salire. Krugman calcola che anche ipotizzando un’interruzione relativamente contenuta dell’offerta (-8%), il prezzo del Brent possa arrivare fino a 150 dollari se la domanda resta rigida (cioè cala poco). In uno scenario intermedio (-12% di offerta), le quotazioni potrebbero toccare i 230 dollari al barile. E nel caso più severo, con una riduzione dell’offerta del 16%, il prezzo potrebbe spingersi fino a 200 dollari o, nelle ipotesi più estreme di bassa elasticità, sfiorare un’incredibile quotazione di 350 dollari.

Per rendere la situazione più gestibile a livello sociale, in situazioni di emergenza come questa può essere preferibile che i governi suggeriscano o impongano misure di contenimento dei consumi come ai tempi dell’austerity degli anni Settanta dopo la guerra dello Yom Kippur. O, in modo meno drastico, dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. L’Agenzia dell’energia l’ha suggerito già il 20 marzo. Dieci giorni dopo il commissario Ue all’energia Jorgensen ha fatto suoi quei consigli – dalla riduzione della velocità massima in auto all’aumento del telelavoro – “girandoli” ufficialmente ai Paesi membri: ha scritto ai ministri dei 27 invitandoli a “prepararsi tempestivamente” a “un’interruzione potenzialmente prolungata” delle forniture energetiche evitando “misure che possano aumentare il consumo di carburante, limitare la libera circolazione dei prodotti petroliferi o disincentivare la produzione delle raffinerie dell’Ue” e promuovendo invece il risparmio di petrolio, in particolare nei trasporti, nonché valutando “la possibilità di aumentare l’utilizzo dei biocarburanti, che potrebbero contribuire a sostituire i prodotti petroliferi fossili e ad alleviare la pressione sul mercato”. In alternativa ci penserà la recessione a far crollare i consumi. Mercoledì, dopo una riunione informale con i ministri competenti, ha spiegato che “30 giorni di conflitto hanno già aggiunto 14 miliardi di euro alla già pesante fattura dell’Unione per i combustibili fossili“.

Cosa dice l’andamento dei titoli di Stato

Intanto le Borse globali hanno perso quasi il 9% e il dollaro si è rafforzato del 2,9%, confermandosi bene rifugio quando gli altri asset sono percepiti come meno sicuri. Ancora più significativo è il comportamento del mercato obbligazionario: il rendimento dei Treasury americani a dieci anni è salito nel complesso di quasi mezzo punto percentuale, arrivando a superare il 4,4%. È segno che i mercati si attendono, visto il ritorno di pressioni inflazionistiche, che la Federal Reserve abbia meno margini per ridurre i tassi di interesse, mantenendo una politica monetaria restrittiva più a lungo del previsto. Più in generale, in una situazione di forte incertezza globale gli investitori tendono a chiedere un premio più elevato per tenere in portafoglio titoli a lunga scadenza.

Per questo i titoli di Stato europei hanno a loro volta visto salire i rendimenti come effetto della guerra. L’Italia, causa peso del suo maxi debito pubblico, è il Paese che ha visto allargarsi maggiormente lo spread (differenziale) tra il tasso offerto dai propri Btp decennali e quello dei Bund tedeschi: è salito dai 63 punti del 27 febbraio a 95, mentre i Bonos spagnoli hanno registrato un aumento limitato (da 41 a 54 punti) come gli Oat francesi (da 57 a 74 punti). La tendenza può avere conseguenze pesanti sui conti pubblici: emettere nuovi titoli a tassi più elevati significa che, man mano che il debito in scadenza viene rinnovato, la spesa per interessi sale. Riducendo lo spazio fiscale disponibile per altre misure, dai sostegni contro il caro energia agli interventi per la crescita.

Gli impatti sull’economia reale

Lo choc energetico si trasmette all’economia reale attraverso diversi canali. Innanzitutto quello diretto dei costi: l’aumento dei prezzi di petrolio e gas si riflette su quelli di produzione e sulle bollette energetiche, comprimendo i margini e riducendo il reddito disponibile delle famiglie. Le interruzioni dei flussi attraverso Hormuz e il rincaro dei trasporti incidono poi sulle catene di approvvigionamento, aumentando i prezzi lungo tutta la filiera. Intanto la carenza e il conseguente rincaro di fertilizzanti e altri prodotti chimici legati al gas naturale rendere più costosa la produzione agricola con impatti sul costo degli alimentari. Sul fronte finanziario, tassi di interesse più elevati e condizioni di credito più rigide rendono più costosi investimenti e consumi, frenando ulteriormente la domanda. Il risultato è un indebolimento del pil che va di pari passo con il surriscaldamento dei prezzi.

Analisti e istituzioni internazionali hanno già iniziato a quantificare la portata dell’onda d’urto. Il 19 marzo la Bce ha rivisto al rialzo al 2,6% l’inflazione dell’Eurozona e ridotto allo 0,9% le aspettative di crescita del pil. Una settimana dopo l’Ocse ha disegnato un quadro peggiore: ha tagliato le prospettive di crescita globale per il 2026 a +2,9%, cancellando la revisione al rialzo di 0,3 punti percentuali che lo scorso dicembre era considerata probabile, e ritoccato al rialzo le previsioni di inflazione: nei Paesi del G20 è ora attesa intorno al 4%, 1,2 punti percentuali in più sopra le stime precedenti. Negli Stati Uniti la crescita rallenterà al 2% per poi scendere all’1,7% nel 2027, sostenuta ancora dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale ma frenata da consumi più deboli, visto che l’inflazione salirà al 4,2%. L’area euro, più esposta al rialzo dei prezzi dell’energia, vedrà il pil rallentare allo 0,8% prima di una modesta ripresa all’1,2% nel 2027 dovuta in parte alla maggior spesa per la difesa. L’Italia è fanalino di coda, con uno stentato +0,4% nel 2026 e +0,6% nel 2027. A pesare soprattutto il calo dei consumi colpiti dall’aumento dei prezzi energetici. Pessime notizie per il governo Meloni, che – reduce dalla batosta referendaria – nei prossimi giorni dovrà decidere se rinnovare il poco utile sconto sulle accise sui carburanti o mettere in campo interventi più muscolari per tamponare l’emergenza. E nel prossimo Documento di finanza pubblica dovrà giocoforza tagliare le stime aggiornata lo scorso autunno.

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