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Ecoansia, lo psicologo Zamperini: “I ragazzi vivono anche un disagio ambientale. Aiutarli significa aiutare il Pianeta”

Il docente ricostruisce in un saggio il Novecento e i giorni nostri, collegando anche i grandi traumi della Storia, come le guerre, alla distruzione del Pianeta
Ecoansia, lo psicologo Zamperini: “I ragazzi vivono anche un disagio ambientale. Aiutarli significa aiutare il Pianeta”
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“Oggi, fortunatamente, la sensibilità verso le tematiche ambientali è in costante crescita; tuttavia, persiste ancora una visione che dimentica che tutte le forme di offesa che passano attraverso l’ambiente hanno una ricaduta sulla persona non in termini meramente di danno fisico, ma anche di danno psicologico”. Adriano Zamperini è professore ordinario di Psicologia sociale e insegna Psicologia della violenza e Psicologia del disagio sociale presso l’Università degli Studi di Padova. Nel suo ultimo libro “Disagio ambientale. Dai traumi della guerra all’ecoansia” (Einaudi), racconta il Novecento, e il presente, attraverso il filo rosso dei traumi causati da un ambiente distrutto: dalle due guerre mondiali, ai rischi atomici, infine alla crisi climatica.

Perché partire dal Novecento e in particolare dalla Prima guerra mondiale?

Perché è sicuramente il secolo che a livello di impatto sull’ambiente e sulla persona ha segnato uno spartiacque importante, dalle guerre mondiali al rischio atomico. Quanto al primo conflitto mondiale, si assiste, come mai prima d’allora, a una stretta integrazione tra scienza e tecnica come strumenti militari di offesa, segnando una rottura significativa rispetto al passato. Infatti, la Grande Guerra trasforma letteralmente la psicologia umana, i soldati rientrano dal fronte stravolti e cambiati profondamente, con esperienze che incideranno in modo duraturo sulla loro identità e sul loro equilibrio psichico.

Nel libro racconta l’impatto fisico delle trincee sui soldati: la percezione del fango sul corpo, i rumori continui, la distruzione di fronte agli occhi.

Sì, volevo portare il lettore dentro lo scenario, nel teatro degli eventi, anche scegliendo di raccontare storie e biografie emblematiche. Per me è importante che si percepisca cosa significa modificare violentemente l’ambiente: ieri la guerra, che i soldati sentivano, prima ancora che arrivasse, con rombi e suoni spaventosi che distruggevano i loro nervi, oggi, per tracciare un’analogia, pur con le dovute differenze, pensiamo all’inquinamento acustico e luminoso delle nostre città, anch’esso come una forma di aggressione sensoriale.

Lei parla anche del fenomeno dell’urbicidio, la distruzione sistematica delle città.

Sì, lo abbiamo visto su scala industriale nella Seconda guerra mondiale e lo stiamo vedendo a Gaza: il bombardamento a tappeto non viene impiegato come strategia per vincere la guerra dal punto di vista militare, ma soprattutto quale strumento per indebolire e spezzare il morale della popolazione. Volevo mostrare a chi legge come questa distruzione, agita per il tramite dell’ambiente, devastando il territorio, demolendo i simboli culturali, i luoghi di culto, le piazze, i punti di riferimento delle persone, sia un modo per annichilire psicologicamente i civili. La distruzione urbanistica è qualcosa che tocca anche la mente, ferendola mortalmente.

Nel libro racconta anche episodi di tortura, spiegando come siano forme di deprivazione ambientale.

Per raccontare questo aspetto ho scelto un protagonista, John Peter Zubek, psicologo noto per le sue ricerche sulla deprivazione sensoriale. Ho voluto evidenziare come l’essere umano sia suturato di ambiente e come per offenderlo basta rubargli l’ambiente, tagliando tutti fili invisibili che lo legano al proprio contesto di vita: la luce, il contatto tattile, i sensi che permettono di reggere la sua presenza mondana. Non è certo un caso che una simile architettura della violenza la ritroviamo nelle carceri, basti pensare all’uso delle prigioni bianche, lisce, che fanno impazzire gli esseri umani.

Veniamo ad oggi. Che tipo di emozione è l’ecoansia?

A mio avviso, è un’emozione “segnale”, porta all’attenzione come soprattutto le nuove generazioni, nonostante una certa vulgata le racconti come ripiegate in sé stesse e connesse solo con il proprio smartphone, in realtà vivano un disagio ambientale proprio perché sono connesse al mondo. Percepiscono il degrado dei territori e il loro mutamento: non è infrequente che un giovane adulto, dopo magari un periodo all’estero, tornando a visitare i luoghi dell’infanzia, si ritrovi al suo posto l’ennesimo centro commerciale o uno svincolo autostradale. E non si sta male solo per ciò che è stato, ma anche e soprattutto per ciò che potrebbe essere, per gli scenari preoccupanti, come i cambiamenti climatici. Per di più, l’invito costante all’adattamento genera ulteriore prostrazione.

Può spiegare meglio?

Oggi alle giovani generazioni viene chiesto in maniera quasi ossessiva di adattarsi, come se in qualche modo non ci fosse più uno spazio per un’azione che sappia contrastare il degrado ambientale. Ciò genera una postura psicologica rinunciataria, che si associa a stati emotivi negativi perché significa dismettere o ridimensionare i propri sogni generativi di scenari maggiormente rispettosi del rapporto tra persona e ambiente. Allora io credo che queste emozioni cariche di preoccupazione che chiamiamo “ecoansia” siano segnali non da zittire con una diagnosi ma da ascoltare attentamente. E credo che occorra tracciare una via per far sì che queste emozioni non siano solo sofferenza, ma diventino uno sprone per agire. Magari partendo dall’azione locale, di comunità, nei propri quartieri. Per disarmare le forme di offesa inferte all’ambiente una buona via è partire dal proprio territorio, dai luoghi in cui si vive. Così può concretizzarsi una rigenerazione ambientale e insieme psicologica.

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