Claudio Gentile, il ct dimenticato: “Quando non ti sottometti, il sistema non ti protegge. Per salvare il calcio bisogna riportare la tecnica nelle giovanili”
Claudio Gentile, 72 anni, campione del mondo 1982, ex storico difensore di Juventus, Fiorentina, Varese e Piacenza, è uno degli uomini che ha pagato, nel calcio, l’integrità e la mancanza di “padrini”. Alla guida dell’Under 21, vinse il titolo europeo 2004 e nello stesso anno con l’Olimpica conquistò il bronzo ad Atene. Nel 2006, dopo il terremoto Calciopoli, si trovò a un passo dalla panchina della Nazionale, dopo l’addio di Marcello Lippi. “Fui ct per un giorno, quello dopo la nomina fu bloccata, quarantotto ore e mi ritrovai fuori”. Da allora, tranne un intermezzo nel Sion, in Svizzera, nel 2014, non ha più lavorato.
Dimenticato.
Beh quello che accadde nel 2006 stroncò la mia carriera di allenatore.
Che cosa non andava bene in Gentile?
Non accettavo le intromissioni di chi mi voleva condizionare nelle scelte dei giocatori. Rivendicavo la mia autonomia decisionale.
Scomodo.
Quando non ti sottometti al potere e il sistema non ti protegge, paghi il conto della tua indipendenza.
Che idea si è fatto di questa terza stroncatura mondiale?
Questa è la peggiore in assoluto. Provocherà danni profondi. Il nostro calcio va ripensato in profondità, a partire dai settori giovanili. La nostra è soprattutto una bocciatura tecnica.
Tradotto?
Eravamo una nazione di difensori e ora becchiamo gol in tutti i modi. La zona è un grande equivoco ed è diventata quasi un alibi: quando un giocatore attacca, devi aggredirlo e togliergli spazio. Devi contrastare i suoi movimenti. Io facevo così. Poi nessuno prova mai a saltare l’avversario. Si procede per linee di passaggi, a ritmo lento. Gli altri corrono e noi camminiamo.
Nessuno si dimette, tutti attaccati alle poltrone.
Quando si fallisce la qualificazione al campionato mondiale, in una nazione come l’Italia quattro volte campione, bisogna avere la dignità di farsi da parte. Un tempo succedeva. Oggi non so davvero che dire. Non è uno spettacolo di cui essere fieri.
Le linee da seguire per ripartire?
Riportare la tecnica al centro dell’attività nei settori giovanili e le competenze da parte di chi dirige.
C’è poca fiducia nei giovani, anche nel calcio siamo un paese per vecchi.
Uno dei problemi è il sovrannumero di stranieri che toglie lo spazio ai ragazzi italiani, anche nelle squadre Primavera. Bisogna intervenire in qualche modo per proteggere il nostro calcio come
accade in altre nazioni.
Lei sarebbe disposto a tornare in pista?
Se mi venisse chiesto, sarei lieto di dare un mano, ma a una condizione: decido io.
Il calcio fa parte della cultura nazionalpopolare italiana: fa male vederlo ridotto così.
All’estero è un’umiliazione. Vivo a Como e spesso vado a trovare qualche amico in Svizzera. Mi prendono in giro. “Siete diventati come l’Uganda”. E ridono.