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Minorenni tra lame, pistole e risse per uno sguardo di troppo. Le testimonianze: “Meglio passare per pazzo che per debole”

Da Bergamo a Perugia, emergono nuovi casi di aggressioni da parte dei giovanissimi. Alcuni di loro si raccontano nelll'ultimo rapporto di Save The Children: "Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito"
Minorenni tra lame, pistole e risse per uno sguardo di troppo. Le testimonianze: “Meglio passare per pazzo che per debole”
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È il 16 gennaio del 2026: a La Spezia, nei corridoi dell’Istituto professionale “Einaudi Chiodo”, uno studente impugna un coltello e uccide un suo coetaneo, il diciottenne Youssef Abanoub. Pochi giorni dopo, a Bologna, un quindicenne viene trovato con un machete nello zaino. A Milano, nella notte tra l’11 e il 12 ottobre 2025, in Corso Como, un ragazzo di 22 anni, studente della Bocconi, viene circondato da cinque ragazzi poco più giovani di lui. Tutto comincia per cinquanta euro. Lo derubano, lui prova a riprendersi i soldi. Partono pugni e calci, poi spunta il coltello. Due fendenti: uno al gluteo, uno alla schiena. Il secondo lacera un’arteria e intacca il midollo. Il ragazzo sopravvive ma resta con una disabilità permanente a una gamba. Gli arrestati sono cinque: tre minorenni e due diciottenni. Dopo l’arresto, gli investigatori intercettano le loro conversazioni: ridono, mimano le coltellate e si chiedono chi abbia “picchiato più forte”. Un ragazzo accusato di una violenza simile racconta: “Non è che pensi a lui. Pensi a quello che devi fare. Se si mette in mezzo, peggio per lui. In quel momento sei come in un video, vuoi solo finire il livello”.

Nel rapporto di Save The Children dal titolo “(Dis) Armati” pubblicato qualche settimana fa, sono riportate decine di storie di violenza tra giovanissimi. Storie che ricordano la cronaca degli ultimi giorni: dall’aggressione di un 13enne a una professoressa nel Bergamasco all’arresto del 17enne di Pescara che progettava una strage neonazista in provincia di Perugia. Il rapporto della ong è un viaggio sul territorio e tra le voci degli stessi ragazzi e degli adulti che li accompagnano, per inquadrare il fenomeno di quella che il capo del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità Antonio Sangermano definisce una “traiettoria violenta di una generazione” figlia “della società, altrettanto violenta, in cui vive questa generazione”, per comprenderne le caratteristiche, le origini, i percorsi, passare dalla percezione alla realtà. “L’obiettivo – spiega l’organizzazione – è quello di osservare e raccogliere evidenze sull’agito violento dei giovani, talvolta giovanissimi, con un’attenzione specifica alla diffusione ed uso delle armi, dai coltelli alle armi da fuoco, e al coinvolgimento di minori nelle reti della criminalità organizzata”. Con un occhio ai dati: gli adolescenti girano sempre più armati perché così si sentono “più sicuri” e a volte anche “più nervosi” o perché considerano le armi un simbolo di potere

“La prima arma a 16 anni”

Sempre a Milano c’è Stefano. Racconta un’infanzia con un padre violento: “Sbatteva le porte, faceva i buchi, mi costringeva a mangiare per terra”. La prima arma l’ha avuta a 16 anni: “Andavo in giro con questo coltellino perché mi sentivo al sicuro”. Poi dice di averlo portato “per fare i fighi in giro e spaventare le persone”. Racconta anche: “Tutti vedono il sorriso, nessuno vede le notti insonni, nessuno sa quanto ho dovuto strisciare per rialzarmi”.

Altri ragazzi raccontano le risse cercate apposta. “Hai qualcosa dentro che ti fa venire voglia di sfogarti con qualcuno”. “A noi piaceva andare a picchiarci. Si cercava il pretesto”. Partivano verso altri quartieri “disarmati e coi mezzi” per incontrare gruppi rivali. “La prima volta succede per caso, ma poi quell’adrenalina la vai a ricercare nei giorni seguenti. Cerchi qualunque cosa che ti spinge al limite”. Una volta sono scappati tra i palazzi inseguiti da ragazzi più grandi con coltelli e mazze. “Ognuno ha pensato a salvare il suo culo”. Un loro amico è rimasto indietro ed è stato preso, picchiato e accoltellato. “Ti senti una merda, arrivano i sensi di colpa, ti chiedi perché ti sei messo in questa situazione”.

“All’inizio ci pensavo, poi non più”

Uno di loro spiega perché poi si gira armati: “Il problema non sono i pugni, quelli finiscono lì. Il problema sono le coltellate: io mi sono ritrovato a tenere il manganello o il tirapugni sempre con me perché sapevo che c’era gente che mi stava cercando”. E ancora: “Se so che gente mi vuole venire a prendere, non posso girare a mani nude”.

A Roma, nel gennaio 2025, un minorenne viene sequestrato, caricato su un’auto e portato in un garage sotto una palazzina di edilizia popolare. Viene spogliato, legato a una sedia con scotch su mani e bocca. Lo colpiscono con pugni, schiaffi, con il calcio di una pistola e con una mazza da baseball. Poi gli mettono un coltello alla gola e gli versano acqua bollente addosso. Il motivo è un debito di droga. Poche settimane dopo un episodio simile colpisce un neomaggiorenne. I protagonisti sono undici ragazzi, circa la metà minorenni.

Angelo, non ancora diciottenne, racconta di aver usato il coltello per furti e aggressioni: “Avevo sia la pistola che il coltello, ma usavo quasi sempre il coltello. Era più facile”. Poi aggiunge: “All’inizio ci pensavo, poi no”.

“Mia madre dice che l’importante è che non mi faccio beccare”.

Un gruppo di ragazzi di un quartiere ricco della capitale racconta di cocaina, coltelli e tirapugni tenuti a casa in una scatola. “Ci piace e non vogliamo rinunciare: siamo giovani e fortunatamente non abbiamo il down il giorno dopo”. “I miei genitori lo sanno”, dice uno. Un altro aggiunge: “Mia madre dice che l’importante è che non mi faccio beccare”. Quando ci sono gli scontri, raccontano, “il tempo a disposizione è pochissimo, si consuma tutto in un minuto o due”. “Io gli do solo una pizzicata col coltello”, dice uno. Un altro ricorda: “Una volta uno è rimasto per terra, mi sa che gli ho fatto male, ma non so com’è finita, me ne sono andato”.

“Se hai un’arma, prima o poi la usi: mi ha fatto sentire immortale”

A Napoli, Enzo, 16 anni, spiega: “A Napoli centro queste cose si vedono spesso: si esce con la pistola in mano, lo vedi pure al telegiornale”. Pino dice: “Quando scendi di casa, già scendi con la tensione: se ti puntano una volta, due volte, poi alla terza non eviti più”. Davide aggiunge: “I ragazzini vedono i grandi che fanno le cose e pensano che è una bella cosa, così lo fanno anche loro”. Enzo dice anche: “Se porti il coltello, prima o poi lo usi”. E sulla pistola: “Il primo errore è averla”. Poi aggiunge: “Sul momento non capisci niente. Poi dopo, col tempo, realizzi”.

Luigi racconta la prima volta con una pistola: “Mi ha fatto sentire immortale… troppo potente. Mi dava il potere in mano. Io potevo andare contro tutti quanti, non mi interessava contro chi andare”. Quando gli chiedono se avesse paura di essere ferito risponde: “No, non era nella mia testa”. E ricorda il momento in cui ha sparato: “Io pensavo come se fosse un film… poi ho scoperto che è una cosa stupida”.

Armi, risse e omicidi “per provare”

Nel settembre 2024, a Molfetta, in provincia di Bari, Antonella Lopez ha 19 anni ed è andata a ballare con gli amici al Bahia, una discoteca molto frequentata dai giovani. La pista è piena, la musica alta. Si incrociano gli sguardi di due giovani legati a due clan storici della città, gli Strisciuglio e i Palermiti. Parte un colpo di pistola. Antonella viene colpita e muore. Non c’entra nulla con quello scontro. Le indagini raccontano che i giovani legati ai clan frequentano i locali e le discoteche spesso armati. Un collaboratore di giustizia racconta: “Io stesso tenevo la pistola nella borsetta della mia ragazza quando uscivo per locali”. In città emergono altri episodi: un diciassettenne fermato durante la festa di San Nicola con una pistola in un borsello; un minorenne trovato con una mitragliatrice cecoslovacca; un altro con una pistola calibro 38 con matricola abrasa; una sedicenne con diversi coltelli a serramanico.

Sempre a Bari, il 31 maggio 2024 tre ragazzi – due minorenni e un ventunenne – comprano una pistola modificata. Dopo averla provata su alcuni oggetti decidono di usarla contro una persona. Sparano al petto a un uomo senza fissa dimora di 38 anni e lo uccidono. Nel luglio 2025 un gruppo di giovanissimi attraversa viale Unità d’Italia su due moto e spara diversi colpi di pistola. Una ragazza di 20 anni resta ferita. Nell’ottobre 2025 cinque ragazzi armati di pistola a pallini e taser prendono di mira per gioco un venditore ambulante.

“Meglio passare per pazzo che per debole”

A Terni, ai gradoni del centro, un giovane racconta una scena vista con gli amici: “Un gruppo di ragazzi ha iniziato a litigare. A un certo punto uno è stato sbattuto contro una grata, poi lo hanno preso a bottigliate sulla schiena e vicino al collo”. Un’altra ragazza racconta: “Ho visto una rissa finita con un ragazzo accoltellato allo stomaco e portato d’urgenza in ospedale. Quando è arrivata la polizia, alcuni giovani hanno aggredito anche gli agenti”. Un’altra testimonianza spiega come nascono gli scontri: “Basta niente: una parola, uno sguardo, una storia sui social”. Ettore dice: “Quando sei in pericolo, il coltello lo usi. Anche se prima dici che non lo userai”. E aggiunge: “Se uno mi dà un cazzotto, io glielo devo ridare”.

Un ragazzo detenuto racconta la prima reazione dopo l’arresto: “Prima non davo peso alle azioni che facevo. Adesso invece sono quello che cerca la pace”. Poi aggiunge: “Non è facile trovare la strada giusta per rimettermi in carreggiata”. Un altro sintetizza la pressione del gruppo: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito”. Un altro ancora dice: “Meglio passare per pazzo che per debole”.

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