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De Morte di Ottiero Ottieri e Un’educazione milanese di Alberto Rollo: due gesti letterari di segno opposto

Mentre Ottieri si dibatteva nelle ossessioni individuali della sua classe sociale, Rollo ci mostra una generazione che ha dovuto lottare per ogni singolo passo
De Morte di Ottiero Ottieri e Un’educazione milanese di Alberto Rollo: due gesti letterari di segno opposto
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Mettendo a confronto De Morte di Ottiero Ottieri (Utopia Editore) e Un’educazione milanese di Alberto Rollo (Ponte alle Grazie), si scopre un filo rosso, sottile ma tenace, che li lega: entrambi sono il tentativo (riuscito) di fare i conti con l’inadeguatezza dell’essere umano di fronte al grande tema della vita e, soprattutto, della sua fine.

Ottiero Ottieri (già noto per i suoi romanzi aziendali e per l’indagine impietosa sulla nevrosi borghese) con questo De Morte ci consegna un testo che non è tanto un romanzo, quanto un lunghissimo, ossessivo e lucidissimo pamphlet sull’ipocondria come filosofia di vita. Il protagonista, un alter ego dello scrittore, è un borghese benestante, colto, un uomo che ha tutto tranne la serenità, e che vive la propria esistenza come una preparazione metodica all’inevitabile. Ottieri prende l’ansia e la smonta pezzo per pezzo, la osserva al microscopio, la rende patologica e, per questo, universale. La paura della morte non è qui una nobile angoscia esistenziale, ma una fastidiosa, quotidiana nevrosi che si manifesta in mille disturbi psicosomatici, in una continua auto-diagnosi, in una ricerca spasmodica (e tragicomica) di rassicurazioni.

L’operazione di Ottieri è chirurgica: ci mostra l’aridità emotiva di un certo ceto sociale, quello che, avendo risolto i problemi materiali, si concentra sull’unico scoglio insuperabile, la biologia, e lo fa con la futilità tipica di chi non ha mai dovuto sporcarsi veramente le mani con l’esistenza. Un libro necessario per capire come la nevrosi sia il lato oscuro (e forse l’eredità) del benessere occidentale.

Alberto Rollo con Un’educazione milanese compie un gesto letterario di segno opposto: si immerge in una memoria collettiva e operaia, quella della sua Milano che non è né la Milano da bere né quella borghese di Porta Venezia, ma la Milano delle officine, dei cortili popolari, dei dialetti stretti e della fatica. Il libro è un affresco generazionale che celebra la resistenza umana attraverso la cronaca della crescita (e dell’emancipazione) di un ragazzino che nasce in un mondo fatto di sudore e ingranaggi e scopre, un capitolo alla volta, il potere rivoluzionario dei libri e della lingua. La vera grandezza di Rollo sta nel non indulgere mai nel folclore o nella nostalgia zuccherosa. La Milano che ci racconta è dura, contraddittoria, ma viva. La sua è un’educazione sentimentale e linguistica che parte dall’odore acre della fabbrica e arriva alla complessità della parola scritta.

Mentre Ottieri si dibatteva nelle ossessioni individuali della sua classe sociale, Rollo ci mostra una generazione che ha dovuto lottare per ogni singolo passo, per ogni singola parola imparata, per ogni piccolo riscatto sociale ed economico. La morte qui è meno un’ossessione metafisica e più una realtà fisica (gli incidenti sul lavoro, la malattia legata alla fatica) che non lascia spazio a troppi pensieri.

La differenza, in fondo, è tutta qui: Ottieri ci presenta l’uomo che non ha più niente da temere se non se stesso e la sua imminente fine, l’uomo che si annoia nella sua agiatezza. Rollo, invece, ci racconta l’uomo che ha tutto da conquistare e che non ha tempo per l’ipocondria perché deve pensare a lavorare e a studiare. Due libri, due voci, due generazioni (e due classi) che mettono in scena la grande, tragicomica commedia dell’Italia contemporanea. Leggerli insieme è un esercizio di coscienza sociale più che letteraria.

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