Live nation e concerti, la domanda resta: chi decide davvero il prezzo?
“Li derubiamo senza pietà, baby”
Parliamo di concerti, di biglietti. Di quello che paghiamo ogni volta che si entra in un palazzetto. Parliamo di Live Nation, che organizza tour, gestisce venue e controlla la vendita dei biglietti attraverso Ticketmaster. Un sistema che non vediamo ma che decide quanto costa la musica che amiamo. La frase è in una chat interna tra dirigenti e non è uno sfogo di un dipendente qualunque, è un metodo. Parcheggi che aumentano senza spiegazioni, pacchetti VIP svuotati di senso, clienti trattati come numeri. Come riportato da Il Fatto Quotidiano il 16 marzo 2026, un giudice federale ha deciso che quei messaggi restano agli atti e diventano il cuore del procedimento antitrust avviato dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti: integrazione totale tra promozione, venue e ticketing. Quando controlli tutto, non partecipi al mercato, lo definisci.
Fermiamoci un attimo.
1. Sappiamo cosa stai pagando?
2. Quanto è musica, quanto è macchina?
3. Perché il prezzo cambia mentre guardiamo?
4. Da quando il parcheggio è un lusso?
5. Cosa abbiamo comprato davvero col VIP?
6. È un prezzo o un test?
7. Se controllano tutto, dove andiamo?
8. Quando arriva il dynamic pricing, cosa resterà?
9. A quanti concerti abbiamo già rinunciato?
L’accordo proposto dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti prevede una multa da 280 milioni e alcune correzioni. Solo una parte degli Stati lo ha accettato: oltre venti vogliono andare avanti con il processo. 280 milioni di multa. Per Live Nation è come 280 euro per noi.
Nel frattempo, a Milano, sempre LN, consolida snodi centrali come Unipol Forum, Teatro Repower e Carroponte. Dall’altra parte CTS Eventim è coinvolta massivamente nello sviluppo e nella futura gestione dell’Arena Santa Giulia. Due poli, due filiere; così lo spazio si riduce. Se sei fuori dal giro, ci resti. Gli operatori lo sanno e anche gli artisti.
Non tutti accettano. Tra questi, Claudio Trotta, fondatore di Barley Arts che mi dice: “La concentrazione della filiera nelle mani di pochi incide direttamente sulla economia delle persone e sulla possibilità stessa di lavorare nella musica in modo indipendente. Le derive speculative – presale, secondary ticketing, dynamic pricing – e la mancanza di trasparenza nella vendita dei biglietti sfruttano le passioni e trasformano il pubblico in consumatore acritico”.
Quando la filiera è nelle mani di pochi, non cambia solo il prezzo. Cambia la mappa: se chi organizza i tour gestisce gli spazi e vende i biglietti, decide anche dove si suona. Ergo, anche dove puoi vedere un concerto. Non è teoria, succede già, anche in Italia. L’Arena RCF di Reggio Emilia, tra le più attrezzate in Europa, nonostante abbia eventi importanti in programma e alcune grandi produzioni già ospitate, non è una tappa abituale delle grandi tournée. E allora la domanda è inevitabile: perché? Eppure è uno spazio appositamente concepito, capace di offrire una qualità visiva e sonora ai livelli più alti oggi disponibili, non paragonabile agli stadi o alle aree normalmente scelte per i grandi eventi italiani, spesso poco adeguate. Lo ripeto: quando la filiera è nelle mani di pochi, sono quei pochi a decidere quanto paghi, dove si suona e cosa puoi ancora vedere.
Torno al punto, ai biglietti. Perché alla fine succede sempre la stessa cosa: apri il sito, scegli il concerto, vedi un prezzo, poi un altro, poi le commissioni, poi il parcheggio, poi il VIP. E quando arrivi alla fine non sai più cosa stai pagando, ma paghi. Perché quel concerto lo vuoi, e loro lo sanno. Non è uno scandalo, è un sistema: hai pagato troppo, non per errore ma per progetto.
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9 Canzoni 9 … per non essere derubati