Come siamo finiti in una guerra idiota che pagheremo con la recessione
Chiamatela crisi energetica, instabilità geopolitica, volatilità dei mercati. Sono tutte formule edulcorate per non dire la verità: questa guerra insensata di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, frutto della malsana alleanza tra Trump e Netanyahu, sta facendo sfracelli. Ha infuocato il Medio Oriente, ha spinto il petrolio verso quota 120, ha rimesso in circolo la paura dell’inflazione e sta presentando al mondo intero l’ennesimo conto salato da pagare. Causa: la psicopatologia di due leader politici ormai fuori controllo.
Il punto non riguarda solo le uccisioni di civili, i carri armati degli israeliani che sfondano a nord, centinaia di missili intercettori degli americani, i blitz pianificati dalla Delta Force per sequestrare l’uranio di Teheran, le immagini di distruzione dei telegiornali. Riguarda il prezzo del pieno, la bolletta elettrica di casa, il costo di un prestito, il fiato corto delle imprese. Con il Golfo in fiamme, e tredici nazioni già coinvolte in una guerra senza exit strategy decisa a War-a-Lago, l’energia smette di essere una voce da specialisti e torna a essere la grande protagonista dell’economia, macro e micro. I mercati in fibrillazione sembrano non interessare la massa dei cittadini, almeno fino a quando non ci sarà un grande crash, intanto i governi, e per primo quello di Roma, all’improvviso riscoprono parole come “emergenza”, “sostegno”, “intervento”.
Nel giro di poche settimane il petrolio, spinto dalla sociopatia dell’inquilino della Casa Bianca, è schizzato di oltre il 50%. I tg saranno anche manipolati ma tutti hanno visto Hormuz strozzato, per ragionevole e disperata rappresaglia, le basi americane a Doha e altrove nel deserto colpite dai droni iraniani, nervi scoperti ovunque. Il conflitto è entrato nella vita quotidiana di mezzo pianeta. Il carburante sale, il trasporto (su gomma, si sa) rincara con il diesel, i costi industriali salgono, i prezzi si rimettono in marcia.
Il danno si aggrava anche dall’altra parte dell’Atlantico. Negli Stati Uniti il denaro costa già molto di più, i mutui trentennali risalgono al 6,4% (massimo di molti anni), i bond sono in fibrillazione. Gli investitori fiutano il rischio di una stagione avvelenata da uno scenario di recessione: meno crescita, prezzi più alti, nervosismo perché l’America e Israele non la vincono, questa guerra, e l’Iran resiste. Una vecchia e noiosa parola è tornata di moda: stagflazione. Non fa rumore come le bombe e i missili, però svuota i portafogli di tutti noi.
L’Europa sta messa perfino peggio, perché compra energia, importa tutti gli shock possibili e immaginabili, al solito, supinamente da imbelle vaso di coccio, poi li redistribuisce all’interno delle sue economie. La guerra contro l’Iran va verso l’escalation, e in Italia la faccenda diventa ancora più drammatica, perché qui l’energia entra dappertutto: nei trasporti, nella manifattura, nella logistica, nella spesa al mercato. Ogni rialzo sul petrolio per un post di Trump si traduce in una catena di rincari che parte dai distributori e finisce sulle tavole degli italiani (con 6 milioni già in povertà assoluta). I consumatori perdono fiducia. Alle piccole e medie imprese si allargano i costi, e molte portano i libri in tribunale. Palazzo Chigi corre ai ripari con misure tampone di poco o nessun rilievo, cioè con il solito secchio d’acqua contro un incendio aizzato dal vento forte.
Ed eccoci alla politica. Giorgia Meloni aveva coltivato a lungo l’ambizione di stare nel cerchio buono dell’Occidente di destra, la “pontista”, con un piede a Bruxelles e l’altro nella irregolare orbita trumpiana. Adesso il suo doppio gioco, come in certi gialli di spionaggio, presenta il conto. La guerra voluta dalla coppia da Nobel per la Guerra, Trump-Hegseth, ispirata dal folle disegno di Bibi della grande Israele, colpisce in pieno il Paese governato (male) dal centrodestra. Ogni giorno di conflitto rende più difficile a Giorgia vendere la sua fedeltà atlantista (e il non aver mai condannato il genocidio di Gaza) come prova di autorevolezza. Anche ai più distratti comincia a sembrare una postura costosa, inutile, dannosa. Gli italiani hanno ormai smesso di farsi prendere per il naso.
Per Meloni il rischio è grosso proprio perché arriva nel momento peggiore dei suoi tre anni e mezzo di governo. Finora aveva avuto fortuna, eccome, ma la batosta nel referendum le ha fatto mancare l’aria, è all’angolo come un pugile suonato, i rimpasti di una classe di governo in molti casi di impresentabili sono solo all’inizio, le tensioni e il malumore sociale crescono insieme ai prezzi. Se l’insulsa guerra contro l’Iran continua e il petrolio resta alto, la premier si troverà schiacciata da una realtà ineluttabile, alla fine dovrà prendere le distanze dal 79enne ex gestore di casinò amante dell’azzardo, per tamponare la rabbia del suo elettorato. A quel punto sarà troppo tardi. Ma anche nel caso di elezioni anticipate, e di eventuale prevalenza del centrosinistra, onestamente, ce li vedete Schlein o Conte a Palazzo Chigi? Oppure chi?