Nuovi programmi per i licei: così la vita diventa un capitolo e non un sistema
Abbiamo modificato l’articolo 9 della Costituzione dove, finalmente, la Repubblica riconosce la biodiversità e gli ecosistemi come valori fondanti del nostro vivere civile. Non è un dettaglio lessicale: si riconosce che la vita sul pianeta è un sistema dal cui funzionamento dipende la nostra sopravvivenza. Alle parole, però, non seguono i fatti, se guardiamo come costruiamo la scuola, dove questo sistema di valori non c’è, o meglio non è centrale, fondante, come previsto dalla Costituzione. Le nuove Indicazioni nazionali organizzano il sapere da trasmettere attraverso i licei attorno a discipline e “conoscenze essenziali”, con un forte accento sull’area matematico-scientifico-tecnologica, dove la biologia perde identità e l’ecologia non compare come chiave interpretativa. La vita diventa un capitolo, non un sistema.
Questo non nasce per caso. Le decisioni si prendono “dentro una stanza” e dipendono da “chi è nella stanza”. La commissione è stata costruita attorno a un nucleo di pedagogisti, che ha coordinato il lavoro di numerose sottocommissioni disciplinari. Fin dall’inizio diverse società scientifiche hanno segnalato l’assenza di competenze disciplinari nei livelli decisionali. I pedagogisti sono esperti di come trasmettere, ma non necessariamente hanno contezza di cosa trasmettere. Nei resoconti giornalistici emergono soprattutto matematici, storici, linguisti, esperti di didattica, mentre non si vedono figure riconoscibili dell’ecologia, della biodiversità o della biologia dei sistemi. Non sappiamo nemmeno con precisione chi siano tutti i 130 esperti: l’elenco completo non è facilmente accessibile.
Questo non significa che non ci sia qualche biologo, magari uno o due. Ma, anche se ci fossero stati, sarebbero stati una minoranza dentro un impianto già deciso. E chi conosce il funzionamento delle commissioni sa benissimo che una minoranza può al massimo inserire qualche contenuto, non ribaltare il paradigma. Me ne sono accorto in diverse occasioni, come quando fui chiamato a far parte dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e la Ricerca. Argomentai a lungo l’inadeguatezza dei soli fattori di impatto delle riviste per valutare la produzione dei ricercatori, ma la maggioranza di chi era “nella stanza” era per usarli. Anche perché il Ministero aveva cooptato in Anvur i ricercatori che avevano pubblicato su riviste con alti fattori di impatto (me compreso).
La Commissione ministeriale non ha cambiato il paradigma. Le discipline sono insiemi di conoscenze da trasmettere, articolate in obiettivi, competenze e contenuti. È un’impostazione coerente, dove la scienza è un elenco di saperi, non una teoria del funzionamento dei sistemi. In questo quadro la matematica ha un ruolo forte, rivendicato come asse formativo centrale, mentre la biologia resta un contenitore di informazioni che non diventano conoscenza. La matematica è la lingua della fisica, ma non ha la stessa valenza nella storia naturale (l’insieme di ecologia ed evoluzione) che, in quanto storia, non può essere espressa con eleganti formule. Lo spiega Darwin, con la metafora delle piume: “Gettate in aria una manciata di piume, e tutte dovranno cadere al suolo secondo leggi definite. Ma come è semplice questo problema se confrontato con l’azione e la reazione delle innumerevoli piante ed animali che hanno determinato, nel corso dei secoli, i numeri proporzionali e i tipi di alberi che ora crescono su quelle vecchie rovine indiane!” Nelle indicazioni ministeriali non esiste un principio che dica che gli organismi sono interdipendenti, che le specie non esistono isolate, che gli ecosistemi sono unità funzionali. E soprattutto non esiste l’idea che la biodiversità sia la condizione stessa dell’esistenza del sistema.
Il risultato è paradossale. Scriviamo nella Costituzione che dobbiamo tutelare biodiversità ed ecosistemi e poi costruiamo una scuola in cui questi concetti non sono strutturanti. È come dire che l’economia è fondamentale e poi insegnare solo contabilità senza parlare di sistemi economici. Oppure che la salute è un diritto, senza spiegare come funziona un organismo. La contraddizione non è politica, è culturale. Domina l’idea che la conoscenza sia fatta di discipline separate che non hanno bisogno di essere integrate.
Le piume di Darwin ci dimostrano esattamente il contrario. Non esistono specie isolate, esistono relazioni. La vita è rete, non catalogo. Eppure continuiamo a insegnarla come se fosse un elenco di oggetti. Il problema non è che manchino alcuni nomi nella commissione. Il problema è che manca una visione. Se anche ci fosse stato qualche ecologo, non avrebbe potuto modificare un impianto costruito altrove. Non si cambia una sinfonia inserendo una nota fuori spartito. Chi “stona” viene espulso, come Lisa nella sigla dei Simpson.
Così formiamo studenti che sanno cos’è il cambiamento climatico ma non sanno cos’è un ecosistema. Parlano di sostenibilità senza sapere cosa dovrebbe essere sostenuto. Usano parole giuste per concetti che non possiedono. Come direbbe Jessica Rabbit: non è colpa loro, li disegnano così. È che quella domanda fondamentale – come funziona la vita sul pianeta – non è nel programma. E allora la frase della Costituzione resta una dichiarazione d’intenti, non una competenza diffusa. Non è che manchi qualche ecologo nella commissione ministeriale. È che l’ecologia non è considerata una conoscenza fondamentale. E, senza quella, la tutela della biodiversità resta una parola.
Lo abbiamo già visto quando fu istituito il Ministero della Transizione Ecologica e, a guidarlo, fu chiamato un tecnologo che non sapeva gran che di ecologia e che, attorno a sé, si guardò bene dal chiamare ecologi. Che c’entrano gli ecologi con la transizione ecologica?