Rettiliani tra noi: quando la fantascienza svela i ‘sociopatici’ al potere
Come testimoniato dal saggio di Robert Scholes ed Eric S. Rabkin, Fantascienza. Storia-Scienza-Visione, nelle sue espressioni più mature questa forma letteraria non si è limitata a immaginare strabilianti tecnologie future. Essa ha agito, piuttosto, come una forma estrema di filosofia sociale e di indagine antropologica, capace di dar voce alle nostre inquietudini più profonde, traducendo in archetipi visibili quelle zone d’ombra della natura umana destinate altrimenti a rimanere inespresse.
Tra le intuizioni più interessanti della fantascienza, possiamo ragionevolmente annoverare la figura del “rettiliano“: un essere che, sotto parvenza umana, nasconde una natura predatrice, sostanzialmente priva di empatia e, in definitiva, aliena rispetto alla nostra specie.
Del resto, il rettile — declinato spesso in forma di serpente o di drago — vanta una storia antica e quasi archetipica: è un rettile il tentatore del Paradiso Terrestre che decreta la caduta dell’umanità, così come sono rettili i mostri che i santi sauroctoni devono sconfiggere per bonificare le terre destinate agli insediamenti umani. Nella mitologia cristiana, la vittoria sulla bestia fu il presupposto per l’antropizzazione di città come Parigi, Metz, Roma o Benevento; l’espressione dei monaci medievali “sconfiggere il drago” altro non era che una metafora per indicare il risanamento di zone insalubri, rendendole finalmente atte a ospitare la civiltà.
Di questo antico “demone” — tale almeno per la sensibilità occidentale — il Novecento ha offerto una declinazione fantascientifica di rara efficacia. Già nel 1929 Robert E. Howard, nel racconto Il Regno delle Ombre, descriveva gli “Uomini Serpente”: creature millenarie capaci di infiltrarsi tra gli uomini per corromperne le istituzioni. Quella del creatore di Conan è un’ossessione che attraversa la fantascienza più popolare — dal Gorn di Star Trek ai Siluriani di Doctor Who — dove il rettile smette di essere un semplice mostro per ergersi a simbolo di un’intelligenza puramente calcolatrice. Negli anni Ottanta, con la serie Visitors e il romanzo West of Eden di Harry Harrison, questo mito approda definitivamente alla cultura pop.
A cosa dobbiamo l’efficacia di tale metafora e perché essa ha saputo, più di altre, catturare la nostra attenzione? Un primo spunto emerge dalle riflessioni di Stephen Hawking sul cosiddetto “cervello rettiliano” (il complesso R): lo scienziato di Cambridge ammoniva infatti su come questo nucleo primordiale, sede degli istinti più arcaici, rischi di condurre la specie umana verso l’autodistruzione. In una provocazione di rara radicalità, Hawking non ne ipotizzava una semplice rimozione — come suggerirebbe una certa vulgata — bensì un intervento diretto sul Dna, volto a emancipare l’essere umano dai propri impulsi predatori, per garantirne la sopravvivenza nel futuro.
L’elemento che appare più in linea con il “rettiliano in forma umana” deriva tuttavia dagli studi di psicologi come Paul Babiak e Robert Hare. Questi studiosi hanno dimostrato come la struttura psicologica di una percentuale significativa di top manager e leader politici sia spesso sovrapponibile a quella dei criminali sociopatici. La loro ricerca — significativamente intitolata Snakes in Suits — evidenzia come la differenza risieda unicamente nel contesto sociale e nel livello di istruzione: laddove il sociopatico comune finisce spesso ai margini della legalità, il “sociopatico di successo” ottiene soldi e potere. È una dinamica che trova una rappresentazione realistica nel Gordon Gekko di Wall Street e la sua iperbole più visionaria nel personaggio di Patrick Bateman in American Psycho.
L’insieme di questi elementi suggerisce che l’invenzione del rettile antropizzato non sia affatto una semplice bizzarria letteraria. Al contrario, la fantascienza dimostra qui la sua straordinaria capacità di captare quegli aspetti “diffusi” e marginali del sentire comune, fornendo un’interpretazione della natura umana molto più profonda di quanto si sia soliti immaginare. Muovendosi con maggiore audacia rispetto alle cautele della psicologia accademica, questa forma narrativa ci ha indotti a riflettere sul “rettile che è in noi”, intercettando argomentazioni razionali, nonché ataviche paure dell’essere umano.
In ultima analisi, il successo di questa figura ci ricorda una verità fondamentale: ogni mitologia, per quanto visionaria, affonda sempre le proprie radici nelle inquietudini concrete e nelle zone d’ombra della comunità che la partorisce.
Come pensare, dunque, se non in termini di “rettiliani tra noi”, i leader che massacrano bambini in nome di una pace fittizia, o chi gestisce nell’ombra il traffico di droga, armi, organi e migranti? Sono pensabili in termini di “umanità” quei manager che, come in un macabro safari, sparano a gente inerme? Né possono sfuggire al timore dei “rettiliani tra noi” personaggi come Elon Musk, Mark Zuckerberg o Jeff Bezos, i quali promuovono progetti di ingegneria sociale in cui le persone sono ridotte a pacchetti di dati e macchine da pascolo?
Davanti a simili mostruosità, la fantascienza si è rivelata più profetica e penetrante di tanti esperti in cattedra, sapendo offrire quella che Lévi-Strauss avrebbe definito una “soluzione logica” capace di soddisfare esigenze della mente apparentemente contraddittorie: attivare, cioè, un meccanismo di difesa che cerca di allontanare un male di cui conserviamo una scintilla intensa quanto basta per percepirlo, e ascriverlo contemporaneamente a una figura aliena che possiamo individuare e tenere a distanza.