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La lezione del referendum per la riscossa democratica 2027: tre assunti

L'imprevista fioritura democratica marzolina segnala profondi cambiamenti nello spirito del tempo
La lezione del referendum per la riscossa democratica 2027: tre assunti
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Le radiose giornate del 22 e 23 scorsi, con la straordinaria vittoria del NO al referendum sul tentativo di restaurazione regressiva marcato Meloni-Nordio, parrebbero autorizzare i professionisti dell’opposizione a trarre fuori dagli armadi della politica un bel po’ di vecchi abiti tarlati. Come se l’imprevista fioritura democratica marzolina non segnalasse profondi cambiamenti nello spirito del tempo, che impongono ben altre interpretazioni; irriducibili al repertorio di banalità e luoghi comuni novecenteschi.

Da qui il primo assunto: la campagna referendaria non è stata vinta da una nomenklatura burocratica accreditatasi in quanto leader di partiti fatiscenti, bensì grazie a testimonial informali – come Nicola Gratteri o Nino Di Matteo, legittimati da una vita consacrata alla lotta per la legalità – e agli ultimi mohicani della libera stampa e dell’opinione “contro”, che hanno mobilitato la lingua italiana spedendola in battaglia contro le orde dalla lingua biforcuta di un SI che perseguiva ben altro di quanto dichiarato nel quesito sottoposto ai votanti. Hanno vinto gli aventiniani del non voto e gli under 30, sia gli uni che gli altri spinti a tornare per una volta (o recarsi un’unica volta) ai seggi elettorali dalla gravità della partita in corso. La vergognosa potenza di fuoco mendace della propaganda governativa. Ma sia chiaro: non si è minimamente ricostituito un blocco sociale analogo a quello socialdemocratico della stagione progressista, su cui si fondò il consenso welfariano nel secondo dopoguerra; cancellato dal Thatcher-reaganismo e l’avvento dell’ideologia Neo-Liberista.

Secondo assunto: le cavatine elettorali del passato sono abbondantemente fuori registro rispetto alla discontinuità che si è manifestata sotto i nostri occhi. Per cui non vale nemmeno la pena di perdere tempo a considerare la proposta di chiaro sapore berlusconiano in salsa renziana (la politica come set star-system TV) di puntare su una scelta di immagine, quale quella patinata auto-promossa dalla sindaca di Genova Silvia Salis e dai suoi sponsor, neppure sfiorati dall’idea che la scommessa sulla vuotezza del glamour era stata già sperimentata con l’infelice candidatura di Francesco Rutelli annata 2001. Così come gli insopportabili pigolii sulla sagacia del buonismo alla Walter Veltroni annata 2008. Con i Rutelli e i Veltroni – tanto belli e buoni – entrambi spazzati via dalla furia cattivista di Silvio Berlusconi (e la certezza che Giorgia Meloni non sarebbe da meno del cattivo maestro nel farsi un boccone dei loro epigoni).

Terzo assunto: per quanto riguarda le presunte mosse strategiche vincenti, per favore smettiamo di tirare fuori l’immancabile feticcio del programma, generalmente stesura affidata a ghost writer professionali (o meglio, presunti esperti di comunicazione) che dovrebbe fungere da talismano di aggregazione tanto dei dirigenti come dei supporter.

Ossia quel libro dei sogni che pretenderebbe di almanaccare in dieci o mille cartelle la soluzione ad abrakadabra di problemi prioritari e relativo action-set. Una palese opera di semplificazione già smascherata nel celebre dibattito televisivo Nixon-Kennedy del 26 settembre 1960, quando il vice-presidente uscente cercò di prendere in castagna lo sfidante portando la discussione su temi oggetto di dossier riservati. E JFK lo bloccò con una risposta di buon senso: “risponderò quando sarò alla Casa Bianca e avrò a disposizione tutti gli elementi di giudizio”. Questo per dire che programmare senza i dati concreti necessari è solo propaganda, destinata a essere smascherata. Più onesto sarebbe individuare 4/5 parole d’ordine prioritarie – ad alto contenuto valorial-connotativo – di cui farsi portavoce. Ma qui si pone l’altro problema eluso dalle schematicità programmatorie; decisivo: quello della credibilità. Problema che la conta a mezzo primarie dell’apprezzabilità da stadio dei concorrenti in lizza non risolve.

Ad oggi la politica a centralità partitica metterebbe in pista i segretari di PD e 5S. Ossia la brava ragazza Elly Schlein che non ha ancora saputo fare pulizia nel suo partito, affetto da cacicchismo e renzismo, e il migliore premier della Seconda Repubblica Giuseppe Conte, vittima di una lunga delegittimazione da parte della stampa padronale e dei colpi bassi degli intellettuali di Palazzo, tipo Nadia Urbinati, aspiranti alla cooptazione da parte del garden club dei “piedi al caldo”. Sicché la questione credibilità per una campagna di rifondazione democratica post-Meloni resta tuttora irrisolta. E imporrebbe alla residua intelligenza politica della sinistra nazionale di metterlo all’ordine del giorno; per affrontarlo e risolverlo. Non certo a mezzo sondaggio: “quel che la gente pensa quando non pensa”. Ma ci sono altre modalità, che il dibattito a sinistra dovrebbe urgentemente vagliare. Ne riparleremo.

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A cura di Paolo Frosina
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