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Dopo lo strappo sugli incentivi di Transizione 5.0, il governo convoca le imprese al Mimit per il primo aprile

Il confronto, invocato a gran voce dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, verterà su quella che le imprese hanno definito una misura "molto penalizzante" e tale da "minare la fiducia verso le istituzioni": il taglio del 65% dei crediti fiscali rimasti fuori
Dopo lo strappo sugli incentivi di Transizione 5.0, il governo convoca le imprese al Mimit per il primo aprile
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All’indomani dello strappo con Confindustria sul taglio del 65% – a sorpresa e retroattivo – dei residui crediti fiscali previsti da Transizione 5.0, il governo convoca le imprese per discuterne. Il tavolo si terrà al ministero delle Imprese mercoledì primo aprile. La convocazione è arrivata dallo stesso Mimit, d’intesa con il ministero dell’Economia e con il ministero per gli Affari europei e del Pnrr, ovvero dai tre rappresentanti dell’esecutivo, Adolfo Urso, Giancarlo Giorgetti e Tommaso Foti. Gli stessi che a fine 2025 avevano rassicurato a più riprese gli imprenditori sul tema.

Il confronto, invocato a gran voce dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini, verterà su quella che le imprese hanno definito una misura “molto penalizzante” e tale da “minare la fiducia verso le istituzioni”. La norma inserita nel decreto approvato venerdì prevede che, alle aziende che avevano fatto investimenti nel 2025 con domande presentate dopo che era stato raggiunto il limite previsto per Transizione 5.0, spetti nel 2026 un credito d’imposta “nel limite di spesa di 537 milioni di euro pari al 35 per cento dell’ammontare del credito d’imposta richiesto”. Troppo poco, secondo gli imprenditori, rispetto agli 1,3 miliardi inseriti nella legge di Bilancio a favore delle imprese e stabilito per di più “in modo ingiustificato”.

Sul tema i ministri non si presentano compatti, ma nel governo c’è chi una giustificazione la vede. Sia tecnica che politica. Giorgetti da Cernobbio si è limitato a spiegarne la ratio di fondo: la guerra in Iran ha scompaginato le carte in tavola, ha creato una situazione imprevedibile e non si può far finta di niente. Sono nate nuove emergenze di fronte alle quali – considerando che invece i vincoli di bilancio non sono cambiati – è necessario fare delle scelte: l’opzione è tra distribuire bonus a tutti, sostanzialmente parcellizzando gli aiuti anche tra chi non ne ha reale bisogno, o concentrarli sulle situazioni più delicate.

Tecnicamente poi, il decreto si pone in continuità con la legge di bilancio, richiamandosi direttamente al comma 770. Per rispondere a chi era rimasto a bocca asciutta su Transizione 5.0, nell’iter della manovra era stato infatti inserito un fondo da 1,3 miliardi destinati genericamente a “misure a favore delle imprese”. Quelle risorse potevano essere destinate agli incentivi. A leggere bene però, non sulla base della disciplina di 5.0, ma applicando per quegli investimenti i criteri di Transizione 4.0 sul 2026, con un credito d’imposta più basso, al 20% anziché al 45%. Il tutto per tenere conto delle regole Eurostat, secondo cui gli incentivi Transizione 5.0 vanno conteggiati tutti sul deficit 2025 – che il governo voleva rigorosamente tenere sotto il 3% – mentre quelli di 4.0 possono essere imputati all’anno nel quale sono erogati e non quello in cui sono realizzati gli investimenti (oltre all’impossibilità di trovare coperture nel 2025 alla fine dello stesso esercizio).

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