Le urne del referendum non hanno premiato qualcuno: hanno chiesto metodo, rispetto, responsabilità
di Paolo Gallo
C’è qualcosa che va oltre la semplice soddisfazione politica nella vittoria del No al referendum sulla giustizia. È un sentimento più profondo, quasi una commozione civile, che affonda le sue radici nella memoria collettiva e si proietta nel futuro: la percezione che, ancora una volta, la Costituzione non sia soltanto un testo giuridico, ma un patto vivo tra generazioni.
Non è retorica evocare i “nonni” e i “nipoti”. La Carta costituzionale è davvero il frutto di una stagione in cui il Paese seppe rialzarsi dalle macerie della guerra, costruendo un equilibrio delicato tra poteri, diritti e garanzie: un equilibrio prezioso. Ogni tentativo di modificarlo richiede non solo competenza tecnica, ma anche rispetto, prudenza e, soprattutto, umiltà. Ed è proprio qui che la vicenda referendaria ha mostrato il suo lato più problematico. Troppo spesso la riforma è stata presentata come inevitabile, quasi fosse un passaggio obbligato, una modernizzazione necessaria che chiunque fosse “ragionevole” avrebbe dovuto accettare. In questa narrazione, il dissenso veniva liquidato come conservatorismo o paura. Un errore grave, perché sottovalutare le ragioni del No significa non comprendere il cuore stesso della democrazia.
La vittoria del No non è stata una chiusura al cambiamento. È stata, piuttosto, una richiesta di cambiamento migliore: riforme che non nascano dall’urgenza mediatica o dal calcolo politico, ma da un confronto serio e condiviso. Perché la giustizia è materia troppo delicata per essere piegata a logiche di parte o ridotta a slogan.
In molti avevano dato per scontato l’esito opposto. Convinti che l’opinione pubblica fosse distratta, che la complessità avrebbe scoraggiato la partecipazione, che bastasse una campagna insistente per orientare il consenso. È questa arroganza, più ancora del merito delle proposte, a essere stata respinta. Un’arroganza che tradisce una distanza crescente tra chi propone le riforme e chi dovrebbe viverne le conseguenze.
Perché, a ben vedere, il punto centrale è proprio questo: a chi avrebbe giovato davvero quella riforma? Difficile sostenere che avrebbe migliorato in modo tangibile la vita dei cittadini. Più facile immaginare che avrebbe inciso sugli equilibri interni al sistema, rafforzando alcune posizioni e indebolendone altre. Un gioco di potere, più che un servizio al Paese.
Da qui dovrebbe partire una riflessione più seria, e meno interessata, anche da parte di chi oggi potrebbe essere tentato di intestarsi questo risultato. Non c’è alcun automatismo tra il voto e il consenso politico, nessuna rendita da incassare. Le urne non hanno premiato qualcuno: hanno posto un limite, hanno chiesto metodo, rispetto, responsabilità. Hanno ricordato che il consenso non si presume, si costruisce. La verità è più esigente e meno consolatoria: la democrazia non si mendica e non si piega, si esercita e si difende. E questa volta, per la terza volta, è stata difesa, con lucidità e determinazione. Senza clamore, senza eroismi di facciata, ma con la forza tranquilla di chi sa riconoscere quando un equilibrio va preservato. È questa la misura più autentica di una cittadinanza matura: non cedere all’arroganza di chi impone, ma nemmeno alla tentazione di chi strumentalizza. Custodire, invece, ciò che è di tutti.