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Perché il tempismo delle tre purghe di governo racconta una storia di ipocrisia e malafede

Se Meloni ha preteso queste teste per una questione di onorabilità, ci troveremmo fuori tempo massimo. Se si tratta invece del fallimento della riforma, la logica vorrebbe che a dimettersi fossero lei e Nordio
Perché il tempismo delle tre purghe di governo racconta una storia di ipocrisia e malafede
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di Serena Poli

Il primo pensiero, guardando le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè pretese da Giorgia Meloni, non è di sollievo, ma di irritazione per l’ennesima recita. Perché il tempismo di queste tre purghe di governo racconta una storia che nulla ha a che fare con la morale e che smentisce nei fatti la narrazione della premier ‘non ricattabile’. Per anni ci hanno spiegato che la coerenza e il garantismo erano i pilastri di questo governo, una scusa buona per tenere in sella personaggi che in qualunque altro Paese civile sarebbero stati accompagnati alla porta dopo cinque minuti.

Si sono tenuti Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con una condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio. Si sono tenuti Giusi Bartolozzi, indagata sul caso Almasri. Per non parlare di Daniela Santanchè, ancorata alla poltrona tra una presunta truffa all’Inps e crac societari, come se il decoro delle istituzioni fosse un optional.

Il metodo Meloni, in una cosa, è davvero coerente: nella sua indecenza. Si vedano anche gli incarichi all’abbaiante pregiudicata Montaruli e a Chiara Colosimo, all’Antimafia nonostante le frequentazioni stragiste.

Umberto Galimberti lo ha spiegato bene: questo non è un partito, è un “clan”. Nel clan non valgono le regole della democrazia, ma quelle della protezione reciproca: tutto si tiene, perché ognuno sa qualcosa dell’altro.

Ora la premier prova a fare disinfestazione tardiva, ma è come fare un ritocchino estetico su un corpo in cancrena. Se fosse una leader “non ricattabile”, come disse a un Berlusconi sul viale del tramonto, avrebbe cacciato questa gente mesi fa (anni, nel caso di Santanchè). A pensar male, si potrebbe dire che non lo ha mai fatto perché, per qualche ragione, non poteva.

Oggi invece può: ha il pretesto per andare dai suoi fedelissimi inguaiati e dire “ragazzi, avete visto che il popolo ci sta voltando le spalle… non vorrei mai, vi ho difesi finché ho potuto ma ora qualche testa deve saltare”. La sconfitta al referendum è l’alibi perfetto per scaricarli senza passare da “traditrice” agli occhi del clan: non possono prendersela con lei, se dipende dal voto dei cittadini. Ed ecco che arriva la purga ai danni dei tre facilissimi capri espiatori, lontani anni luce dall’essere immacolati, ma “dimessi” con un tempismo che insulta l’intelligenza.

In definitiva, qual è il vero motivo per cui Meloni ha preteso queste teste? Se fosse una questione di onorabilità, ci troveremmo enormemente fuori tempo massimo. Se si trattasse invece del fallimento della riforma, la logica vorrebbe che a dimettersi fossero la premier, che ci ha messo la faccia e la propaganda quotidiana, e il ministro Nordio, che quella riforma l’ha materialmente scritta.

La verità è che l’etica di questo governo è una variabile che non dipende dai princìpi, ma dall’umore dell’elettorato. Prima del voto, gli indagati erano intoccabili; perché preoccuparsene? In fondo, il costante favore nei sondaggi ci dice che la base di questo governo non ha problemi nel vedere pregiudicati di ogni sorta che ricoprono alti incarichi istituzionali. La conferma della malafede sta tutta nella nota ufficiale di Palazzo Chigi: Meloni non ha parlato di rigore morale, ma di “sensibilità istituzionale”. Una dicitura ipocrita che serve a nascondere la realtà: quella sensibilità si è miracolosamente palesata solo ora che gli elettori hanno detto “No”. Fine della sceneggiata.

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