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Grazie Giorgia, ottimo comitato del No!

I disastri della maggioranza nel sostenere il Sì al referendum sono stati molti, e spesso imbarazzanti. Un corto circuito mediatico che ha spinto gli elettori verso il No
Grazie Giorgia, ottimo comitato del No!
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di Giuseppe Castro

A valle dell’insperata vittoria del No al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, resta un dato politico difficilmente contestabile: senza il sostegno involontario della maggioranza e dei più autorevoli rappresentanti del Sì, il No con ogni probabilità non ce l’avrebbe fatta.

I disastri della maggioranza nel sostenere il Sì al referendum sono stati molti, e spesso imbarazzanti. Il fronte del Sì ha oscillato di continuo tra due registri incompatibili: da una parte la promessa di una riforma razionale dell’ordinamento giudiziario, dall’altra una retorica da resa dei conti con le toghe “rosse”. Toni spesso patetici e sopra le righe che hanno finito per rafforzare la narrazione del No in difesa dell’indipendenza della magistratura. Se da un lato Meloni e Nordio cercavano di rassicurare gli elettori, sostenendo che la riforma non servisse a liberarsi dei magistrati, dall’altro la macchina della maggioranza continuava a battere sui soliti argomenti: la magistratura “politicizzata”, i giudici che impedirebbero di governare, casi mediatici (Garlasco, la famiglia nel bosco) usati come clava propagandistiche, ed infine tutta una serie di spot che di fatto offendevano l’intelligenza dell’elettorato e che suggerivano un rapporto diretto tra referendum e casi di criminalità o immigrazione che la riforma, in realtà, non disciplinava. Il risultato è stato un corto circuito mediatico che ha spinto gli elettori verso il No con un’efficacia superiore a qualunque sforzo dell’opposizione.

Eh sì, l’opposizione. Perché va riconosciuto che nonostante l’opposizione presenti l’esito del referendum come una sua vittoria, il suo impegno nella competizione elettorale ha rasentato il minimo sindacale: l’organizzazione è partita tardi e nel complesso le varie anime che la compongono hanno faticato ad organizzarsi e a fare squadra, specie a livello locale.

Emblematico il caso della città in cui vivo e che non menzionerò per carità di patria: il comitato del No si è riunito una sola volta, con enorme fatica, non riuscendo nemmeno a mettere su un gruppo Whatsapp per coordinarsi. Si è riusciti ad organizzare a malapena un solo banchetto della durata di mezza giornata, Poi, semplicemente, ognuno è andato per conto proprio. Difficile chiamarla mobilitazione. Nonostante questo disastro comunicativo, la maggior parte dei miei concittadini è andata alle urne a votare No, molto probabilmente perché il disastro comunicativo del governo, nel frattempo, era stato ben peggiore.

Non è stato soltanto il nome di Conte o della Schlein, né la fiducia in un ipotetico fronte progressista, a spingere gli elettori verso il No. Purtroppo, uno dei motivi principali per cui molte persone hanno votato No è la sfiducia nella politica nel suo complesso. La maggior parte delle persone con cui ho dialogato, e che ho convinto a votare No, lo hanno fatto perché erano intimamente convinte che dietro un così eccessivo interesse del governo nella riforma costituzionale vi era nascosta molto probabilmente un’ennesima fregatura nei confronti della povera gente. E così, tra il cambiare e il lasciare tutto com’era, in molti hanno finito per scegliere il male minore: non cambiare nulla.

Meloni, da donna del popolo qual è, sembra aver capito il messaggio e si appresta a liberarsi delle figure più indigeste del governo. Per certi versi per la Meloni è un’opportunità per cambiare rotta in prospettiva delle prossime elezioni. Ma il vero pericolo, dopo questo esito, riguarda le opposizioni. Se non capiranno il peso che l’antipolitica ha avuto nella vittoria del No, e se si illuderanno che quanto hanno fatto fin qui sia sufficiente, andranno incontro a un clamoroso passo falso.

Per vincere non basta raccogliere un risultato: bisogna costruire. Costruire credibilità, radicamento, fiducia. Se l’opposizione saprà farlo davvero, potrà giocarsi una possibilità nel 2027. Se invece si cullerà del successo del momento, la sconfitta sarà già scritta e, per certi versi, meritata.

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A cura di Paolo Frosina
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