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La generazione di Gaza ha cambiato le sorti del referendum, ma ciò non significa che voti per l’opposizione. Anzi

La generazione di Gaza ha cambiato le sorti del referendum, ma ciò non significa che voti per l’opposizione. Anzi
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Per la terza volta il popolo italiano si è opposto a una manomissione della Costituzione. Nel 2006 venne respinto il tentativo berlusconiano, nel 2016 quello di Renzi e oggi il tentativo di Meloni.

Il segno che emerge è quindi quello di un paese con una maggioranza antifascista e costituzionale che si attiva di fronte al rischio della manomissione delle regole democratiche. Una maggioranza che va ben al di là dei confini delle forze politiche.

Il referendum ha visto un deciso aumento della partecipazione al voto rispetto alle ultime elezioni europee (7 punti percentuali in più) e anche rispetto alle consultazioni regionali là dove si sono tenute. Non a caso i sondaggi ci dicono che solo il 7% dei votanti ha dichiarato di aver seguito le indicazioni delle forze politiche e ben due terzi dei votanti per il No ha dichiarato di averlo fatto unicamente per difendere la Costituzione, per evitare la sua manomissione.

Se lo sconfitto di questa consultazione è certamente il governo Meloni, il vincitore non è il campo largo (di cui una parte votava Sì) ma è la Costituzione, lo spirito costituzionale di chi ritiene saggio tener ferme le tutele e le garanzie in essa contenute.

Nei commenti post voto assistiamo al contrario ad un profluvio di dichiarazioni degli esponenti del centrosinistra e di chi vorrebbe entrarvi, che leggono il voto come “cosa propria”, in una dimensione iperpoliticista che confonde il voto contro la manomissione della Costituzione con una promessa di voto a loro stessi. Si tratta di una lettura infondata che non fa i conti con la realtà e in particolare con il vero fenomeno politico che si è manifestato in questo referendum e che ha permesso la vittoria del No: il voto dei giovani.

Vediamo alcuni dati: nella fascia tra 18 e 28 anni la partecipazione al voto è stata del 67% a fronte di una media del 58,9%. Parimenti il No, nella fascia tra 18 e i 34 anni raggiunge il 61,1%, 8 punti sopra la media nazionale. La partecipazione al voto dei giovani è stata quindi l’8% al di sopra della media nazionale e il loro voto è stato No per una percentuale dell’8% superiore alla media del No. Nessuna fascia di età di ha votato in maniera così unita come i giovani e nessuna fascia di età ha partecipato al referendum più dei giovani.

Questi dati non solo ci dicono che i giovani – con gli anziani ultra 65enni – hanno permesso al No di vincere il referendum, ma ci danno un chiaro segnale del loro rapporto con la politica. L’Ipsos ci dice infatti che nelle elezioni politiche del 2022 solo il 57% degli under 35 aveva partecipato alle elezioni, una quota che si collocava ben al di sotto della media dei partecipanti a quella elezione (63,9%). Abbiamo quindi un mondo giovanile largamente astensionista alle elezioni politiche che si è mobilitato in massa per votare No, così come era sceso in piazza contro il genocidio di Gaza.

E’ la generazione di Gaza che ha cambiato le sorti del referendum. Quella generazione che ha maturato una propria coscienza politica nel duro confronto tra la vita e la morte e che – posta dinnanzi al bivio – non ha scelto di girarsi dall’altra parte ma ha scelto di manifestare collettivamente contro il genocidio. E’ una generazione che di fronte ad una situazione estrema, com’è quella che ci consegna quel campo di concentramento a cielo aperto a cui è stata ridotta Gaza, ha ridefinito il suo rapporto con la sfera pubblica. La generazione di Gaza – in sintonia con i propri nonni, che a loro volta hanno vissuto il Sessantotto – ha dato un contributo decisivo per la difesa della Costituzione; ma questo non significa che si identifichi nelle forze politiche che oggi stanno all’opposizione. L’idea di poter disporre di questi voti trasferendoli nel sostegno al centrosinistra o al campo largo attraverso un appello all’unità è una idea completamente priva di fondamento e anche abbastanza irrispettosa di quei giovani. Meritano qualcosa di più.

E’ infatti evidente che chi ha formato il proprio rapporto con il mondo a partire dal no al genocidio – in un contesto in cui il futuro che gli viene prospettato è quello della guerra – sia portatore di una domanda politica che ha poco a che vedere con il campo largo. Come riconoscersi in un aggregato politico che va da chi ha votato Sì ai guerrafondai più sfegatati fino ai liberisti temperati: un coacervo di indistinti, privo di ogni spinta propulsiva.

Difficile fare previsioni, ma credo di poter affermare che solo un chiaro no alla guerra – unito ad un radicale taglio delle spese militari al fine di poter avere le risorse per applicare la Costituzione – possa porsi in sintonia con questa sacrosanta domanda generazionale. Una domanda che caratterizza la maggioranza dei giovani ma non è certo assente nelle altre fasce della popolazione: la crisi della politica non è cominciata ieri.

Il punto non è allora cercare di infilare i giovani nel centrosinistra, di mettere il vino nuovo in otri vecchi. Il punto è interagire con questa domanda di cambiamento che ci ha fatto vincere il referendum per dar vita ad un percorso politico contro la guerra, le spese militari e il liberismo, che partendo dal basso sia in grado di costruire una modalità di partecipazione politica coerente con l’obiettivo di attuare la Costituzione. Cioè di unire la giustizia e la libertà.

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A cura di Paolo Frosina
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