I Fratelli e le Sorelle d’Italia di Meloni. E questo è il problema
Nell’incognito che le si para davanti Giorgia Meloni dovrà fare i conti anche con i talenti del suo partito. Anzitutto: è un vero partito? Oppure è una associazione di pensatori dalle spiccate libertà di pensiero e di opere e, se è permesso, anche di omissioni? Non è una domanda di stile: prendiamo Ignazio Benito La Russa, decano del partito. La disinvoltura con la quale officia il suo alto incarico, la presidenza del Senato, è così nettamente fuori dalle righe (“Chi è quel coglione che ha appena parlato”, è il quesito che ha posto qualche giorno fa alla segretaria generale di palazzo Madama durante un dibattito d’aula) lo rendono un personaggio non contenibile, nel senso appunto del principio della prudenza e della continenza. Spesso straparla persino quando sta zitto. Per esempio il giorno del voto: “Sì, ho votato” ha scritto sui social, dove appariva anche il suo volto molto sorridente (era appena reduce dai funerali di Bossi). Nell’immaginato sotteso calembour (“ho votato sì”) tutto il senso della sua interpretazione istituzionale.
Volendo saltare per carità di patria la figura di Arianna, sorella di Giorgia e vice comandante dei Fratelli (altrove sarebbe mai potuto accadere che la sorella del leader fosse chiamata a ricoprire un ruolo di vertice?) arriviamo ai ministri. Prima Sangiuliano, poi Giuli. E uno dice: vabbè la cultura non è il forte della destra. Cambiamo scena e arriviamo alle Imprese, al ministero del cosiddetto made in Italy, dov’è riparato Adolfo Urso. Quel poco che sì sa di lui lo dobbiamo a Crozza, alla ineguagliabile imitazione nella quale il comico raccoglie il senso illogico delle frasi del ministro. È una metratura del non sense, una intera carambolata sul qui lo dico e qui mi contraddico. Di Urso si ricorda invece l’episodio segnalato all’aeroporto di Fiumicino dall’attore Luca Zingaretti qualche mese fa: il salto della fila ad opera della moglie all’imbarco per la Sardegna. La consorte del ministro preme, la scorta del ministro agevola.
Allora uno dice: c’è dell’altro in Fratelli d’Italia. Dell’altro effettivamente c’è.
Non pensate subito ad Andrea Delmastro Delle Vedove, ormai ex sottosegretario alla Giustizia, già coinquilino di Giovanni Donzelli, numero tre della nomenklatura meloniana, con una lunga esperienza di smargiassate ai limiti, e a volte oltre i limiti, della legge. Ma se si dimette Delmastro, per via delle sue Bisteccherie in società con gente poco raccomandabile, allora anche Daniela Santanchè, la ministra che faceva fare strane traiettorie alle indinnità Covid destinate ai lavoratori delle sue aziende, dovrebbe essere sollevata dall’incarico. Tanti e tali sono le inchieste che incombono che l’idea di far dimettere il sottosegretario senza toccare la ministra sembra infatti poco realistica.
Ma questa benedetta rosa di Fratelli d’Italia quanti petali bacati ha? E questo il problema per Giorgia. Togli Italo Bocchino, che aveva messo in frigo lo champagne e annunciava la vittoria del Sì spiegando che il risultato avrebbe certificato tra i 10 e i 15 punti di distacco, cosa resta in campo? Questi sono i Fratelli e le Sorelle d’Italia di Giorgia. Questo è il problema.