Vince il No: l’abbiamo scampata bella. Ma ecco perché leggo questo risultato come un pareggio
I dati reali non lasciano margini: il NO batte il Sì, 54 a 46. Ma non chiamatela vittoria. La verità è che l’abbiamo scampata bella. Quello di oggi a mio avviso è un “pareggio”, forse il più prezioso della nostra storia repubblicana. Quando a fine partita ti accorgi che l’obiettivo non era il trofeo, ma restare nei contorni di una Stato di diritto, capisci che non sei un trionfatore: sei un sopravvissuto.
Questo voto è stato il muro che ha impedito l’amputazione di articoli fondamentali della Costituzione che bilanciano i poteri. La Carta non si riscrive a colpi di maggioranza; se proprio va toccata, lo si fa insieme, con la stessa cura con cui è stata redatta. Sono convinto che oggi abbiamo frenato una scivolata pericolosa verso quei modelli autoritari — Russia e Ungheria in testa — che tanto affascinano Giorgia Meloni e il suo cerchio magico. Qualcuno sommava i numericamente i partiti del Sì vs. i partiti del NO. Ma al Referendum è sempre un’altra partita, ci sono gli astenuti, ci sono quelli fuori da qualsiasi schieramento, ci sono quelli che magari non vanno a votare alle politiche ma vogliono continuare a vivere in uno Stato democratico, che non sono né di destra né di sinistra.
Con le mie analisi su Cittadino Zero ho provato a smascherare una macchina della propaganda social senza precedenti. Da un lato il marketing 4.0, gli influencer di Esperia e budget occulti sguinzagliati per aggirare i blocchi social; dall’altro le biografie pesanti di Alessandro Barbero, Luciano Canfora, Marco Travaglio e Nicola Gratteri.
Il NO ha vinto nonostante il martellamento ossessivo di Paolo Mieli, Italo Bocchino, Alessandro Sallusti e Carlo Calenda. Il NO ha vinto nonostante gli avatar virtuali creati per pompare il SÌ sui social network. Persino Giovanni Bachelet, ospite dello speciale su Rai Uno, ha dovuto denunciare in diretta l’anomalia di una “Tele-Meloni” che lo intervistava per la prima e unica volta a urne chiuse.
Il Paese reale ha spento i talk show. La democrazia vive di cittadini in carne e ossa, non di utenti “Zero”. Preferisco di gran lunga i “balbettii imperfetti” di chi studia alle alchimie algoritmiche della tecno-destra. Persino i mercati predittivi, dove si scommettono soldi veri e non chiacchiere, avevano previsto il crollo del SÌ settimane fa. Quando il volume delle puntate ha superato i 170 mila dollari, la fiducia nel NO è schizzata al 99%: chi rischia il proprio capitale non guarda la propaganda, guarda i fatti. E i fatti davano la finzione per spacciata.
Ma c’è un altro dato che emerge dalle urne: questo è stato secondo me anche un No alla guerra. Molti italiani hanno usato la scheda per urlare il proprio dissenso verso un’Italia servile ai piani di Trump e Netanyahu. I giovani che hanno riempito le piazze per Gaza qualche mese fa si sono ripresi le urne. Se è vero che solo il 18% ha votato nel merito tecnico della riforma (dati Termometro Politico), significa che una marea umana si è mossa per non essere complice dei conflitti in corso. È stato un atto di resistenza politica pura.
I sondaggi non avevano previsto questa enorme affluenza ma alcuni parlavano chiaro: secondo l’Istituto Piepoli, il NO ha toccato punte del 55% tra i laureati. Chi ha gli strumenti per capire ha visto il pericolo. Il SÌ ha pescato nel bacino dell’informazione superficiale, ma si è schiantato contro gli ascolti TV ai minimi storici e il tentativo disperato — quasi patetico — della premier di recuperare terreno in extremis nel podcast di Fedez.
Con un’affluenza vicina al 60%, le grandi città del Nord hanno dato la spinta decisiva: Milano – ormai la provincia più a sinistra della Lombardia -, Torino, Bologna (da sola al 70%) e Firenze hanno tirato la volata. Venezia, Padova, Genova e La Spezia hanno silenziato l’astensionismo dei feudi storici della destra.
Torno al punto: non è una vittoria, è un pareggio. Ma è quel pareggio che ti permette di restare in partita e ti evita il baratro. La sfida vera è solo rimandata al 2027. La Costituzione, per ora, resta integra. Adesso serve un campo largo che nasca tra la gente e non nelle segreterie dei partiti, un progetto alternativo e che spero lasci fuori i cosiddetti Sì di “sinistra” a questo referendum.