2006, 2016, 2026: il popolo italiano ha scelto ancora una volta la Costituzione del 1948
di Roberto Celante
Ha vinto il NO. In un Paese che va a rotoli, dove la politica che conta è passata dalle “cene eleganti” alle cene alla “Bisteccheria d’Italia”, il popolo italiano ha scelto ancora una volta la Costituzione del 1948. Quella di Basso e Calamandrei, di La Pira, Mortati e Perassi, di Ruini, Terracini e di altri eminenti giuristi che, in collaborazione con politici di altri tempi, molti dei quali ex perseguitati ed ex partigiani, diedero ad un Paese in macerie le fondamenta solide per ripartire in democrazia e nel rispetto dei diritti umani.
Gli italiani, come nel 2006 e nel 2016, quando bocciarono due riforme che adulteravano la forma di governo, hanno spedito un altro NO a Palazzo Chigi, la reale culla di tre riforme che, con protagonisti diversi, miravano ad alterare l’equilibrio dei poteri faticosamente delineato dai Padri Costituenti, da coloro che seppero superare logiche di parte, per trovare una non facile sintesi tra visioni politiche antitetiche.
I politici di oggi, come quelli di dieci e di vent’anni fa, sono molto diversi dai Padri Costituenti, non soltanto per vissuto personale, ma anche per sensibilità istituzionale e soprattutto per forza e valore delle idee. I Padri Costituenti, infatti, avevano una visione di futuro; i politici della Seconda Repubblica, invece, hanno sempre avuto un orizzonte che non andava oltre la successiva tornata elettorale o, in molti casi, il proprio tornaconto personale. È verosimilmente questa la percezione che allontana tanti italiani dalle urne e che fa dell’astensione il primo vero partito, in questo Paese. Ma se questa modalità di protesta, in occasione di elezioni europee, politiche ed amministrative, è anche in fondo una forma di indulgenza, perché dimostra che non c’è più la disponibilità ad impegnarsi in prima persona per provare a cambiare le cose; quando la posta in palio è, invece, la tenuta del principio montesqueiano della divisione dei poteri, gli italiani dimostrano, ancora una volta, di essere sensibili al tema, al punto da respingere, per la terza volta, il tentativo di cambiare le regole fondamentali del vivere democratico.
Ciò è tanto più importante, quanto più subdoli sono stati gli argomenti del SÌ, in ognuna delle tre campagne referendarie del 2006, del 2016 e del 2026.
Per due volte c’è stato il tentativo di far passare il premierato quasi sotto silenzio, offuscato, ora dalla devolution, ora dalla semplificazione dell’iter legislativo: giochi di prestigio che non sono bastati a distrarre l’elettorato. Un po’ come questa volta, quando la propaganda per il SÌ ha puntato il faro sulla separazione delle carriere dei magistrati, lasciando in ombra gli aspetti veramente critici, come la scissione del CSM, l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare e i meccanismi di elezione dei relativi membri.
Ora è importante che la politica tragga proficuo insegnamento da queste tre sonore bocciature di riforme costituzionali, imparando una buona volta a considerare intangibile l’assetto dei poteri delineato dai Padri Costituenti e a concentrarsi esclusivamente sui problemi del Paese. Esortazione che vale sia per la maggioranza, che per l’opposizione, nella speranza che nella campagna elettorale per le prossime elezioni politiche si possa finalmente assistere a due schieramenti che si misurano sulla base di programmi di governo credibili, di proposte attuabili, di impegni seri e non di promesse da marinaio, o propositi irrealizzabili, o semplici e sterili distinguo rispetto all’avversario. Lo facciano per gli italiani, ma anche, prima di tutto, per sé stessi: per provare a colmare almeno in parte la distanza, che per moltissimi di loro è siderale, dalla statura dei Padri Costituenti e dei politici che guidarono la ricostruzione del Paese e il “miracolo economico”.
Perché, anche se oggi non ci sono macerie fisiche, questo è ancora tempo di ricostruzione: economica, giuslavoristica e del welfare.