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I vestiti che scegliamo ogni mattina sono un linguaggio: così il guardaroba diventa parte dell’identità

Ci sono capi che rappresentano scelte legate alla sostenibilità, altri che conservano ricordi personali, altri ancora che raccontano ruoli sociali o momenti della nostra vita
I vestiti che scegliamo ogni mattina sono un linguaggio: così il guardaroba diventa parte dell’identità
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Quando apriamo l’armadio ogni mattina, pensiamo di dover scegliere semplicemente cosa indossare quel giorno. Un gesto quotidiano, quasi banale. In realtà stiamo facendo qualcosa di più complesso. I vestiti non sono solo oggetti funzionali o estetici: sono un linguaggio. Raccontano chi siamo, cosa ci rappresenta e, spesso, in cosa crediamo.

Nella psicologia dei consumi esiste un concetto chiamato extended self: dice, in sostanza, che gli oggetti che possediamo diventano un’estensione della nostra identità. Quando un capo rappresenta un valore (che sia sostenibilità, artigianato, minimalismo, giustizia sociale), indossarlo significa esprimere anche una posizione morale. Non a caso, ci sono marchi che incarnano valori precisi: Patagonia è associata all’attivismo ambientale, Stella McCartney al rifiuto di pelle e pellicce, Veja alla trasparenza delle filiere. Indossare i capi di quei brand può farci sentire coerenti con ciò che pensiamo del mondo.

C’è poi un altro concetto interessante, studiato in psicologia: l’enclothed cognition. L’idea è che i vestiti non influenzano solo come gli altri ci percepiscono, ma anche come pensiamo e ci comportiamo. In un esperimento famoso, chi indossava un camice percepito come “da medico” era più attento e preciso nei compiti rispetto a chi indossava lo stesso camice senza quel significato simbolico. Per riprendere un vecchio adagio, “l’abito fa il monaco”: non tanto per l’oggetto in sé, quanto per il significato che gli attribuiamo. In questo senso, la scelta di cosa indossare diventa intenzionale. Il guardaroba diventa una sorta di linguaggio che ci permette di sentirci – di volta in volta – professionali, creativi, responsabili verso l’ambiente.

Tutto questo ha implicazioni interessanti anche in termini di sostenibilità, perché crea un legame più forte con i vestiti. Quando un capo rappresenta qualcosa per noi, lo trattiamo diversamente: tendiamo a prendercene cura e, prima di sostituirlo, ci pensiamo due volte. Senza nemmeno rendercene pienamente conto, così, facciamo la nostra parte per scardinare la logica usa-e-getta che oggi, purtroppo, domina gran parte dell’industria della moda. Secondo un celebre studio pubblicato nel 2019 dalla Ellen MacArthur Foundation, nei quindici anni precedenti la quantità media di utilizzi per ogni capo d’abbigliamento era crollata quasi del 40%.

Questo fenomeno è osservato a livello accademico. Negli studi sull’emotionally durable design, agli oggetti viene associata una piccola “biografia”: una storia che raccontava da dove venivano i materiali, chi li aveva prodotti, quanto lavoro c’era stato dietro. Quando le persone conoscevano questa storia, percepivano in modo più forte il valore del prodotto. Nel caso dei capi d’abbigliamento, può essere una semplice scheda che spiega ad esempio che il capo è stato tessuto con cotone biologico coltivato senza pesticidi e cucito in una cooperativa dove gli artigiani ricevono un salario equo. Oppure che ripercorre il percorso del vestito dal campo alla filatura, fino alla cucitura. Sapere che dietro un vestito ci sono persone reali, un percorso produttivo e alcune scelte precise crea una forma di empatia.

Se guardiamo il guardaroba da questa prospettiva, diventa qualcosa di più di un semplice insieme di vestiti. Ci sono capi che rappresentano scelte legate alla sostenibilità, altri che conservano ricordi personali, altri ancora che raccontano ruoli sociali o momenti della nostra vita. Alcuni parlano di chi siamo oggi, altri di chi vorremmo diventare. Curiosamente, qualcosa di simile accade anche online. Gli algoritmi dei social osservano i nostri comportamenti e finiscono per costruire una sorta di mappa dei nostri gusti: ci propongono contenuti che riflettono quello che seguiamo, quello con cui interagiamo, quello che sembra piacerci di più. In questo caso, però, è molto più prosaico: tenerci più a lungo sulle piattaforme e stimolare acquisti di impulso. Il guardaroba, però, funziona in modo diverso. Non è un algoritmo a decidere cosa ci rappresenta, ma noi. Ogni capo che resta nel tempo nel nostro armadio racconta qualcosa delle scelte che abbiamo fatto e dei valori con cui vogliamo identificarci.

In questa prospettiva strumenti come il Digital Product Passport – il passaporto digitale dei prodotti in arrivo a breve in Europa e in altri Paesi del mondo – potrebbero assumere un valore ulteriore. Se ogni capo fosse accompagnato da informazioni chiare sulla sua storia, sui materiali e sul percorso produttivo, quella “biografia” diventerebbe parte dell’oggetto stesso. Non solo per sapere da dove viene, ma anche per capire se quella storia ci rappresenta davvero. Il futuro del guardaroba potrebbe non essere avere più vestiti, ma avere vestiti con più significato. Perché ciascuno di essi racconta qualcosa della persona che siamo stati o di quella che stiamo cercando di diventare, dei valori in cui crediamo. In questa prospettiva, variabili come protezione delle persone, benessere dei lavoratori, rispetto dei diritti umani, protezione della biodiversità ecc. possono diventare, se raccontati nel giusto modo, valori identificativi.

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