Le quattro leggi “naturali” che mi ha insegnato mio padre Dario Fo
Papà mi ha sempre detto: “Fai quel che vuoi che campi di più”. Questa frase può essere fraintesa: non vuol dire stai sdraiato sul divano a guardare la tv. Vuol dire che devi riuscire a capire COSA VUOI, qual è la tua vera passione. E quando l’hai capito impegnarti al massimo diventa naturale: perché ti piace, ti riempie la vita ed è quel che desideri.
Non mi ricordo un solo giorno nel quale mio padre non abbia lavorato. Se non recitava, studiava, dipingeva, scriveva, incontrava persone che gli potevano insegnare qualche cosa.
La seconda legge che mi ha insegnato è che dare fiducia è più potente di qualunque punizione. Quando lo racconto molti mi guardano strano. Ho partecipato a un dibattito nel quale tutti gli oratori concordavano sul fatto che i padri non fanno più i padri, non hanno il coraggio di punire i figli e mantenere rispetto e disciplina. Io ho detto che nessuno mi ha mai messo in castigo, mai subita una punizione con decurtazione della quota gelati. Il che non vuol dire che non ci fosse disciplina. Se facevo qualche cosa che non andava bene mia madre si limitava a spiegarmi perché avevo sbagliato. Era capace di andare avanti per un’ora… Non so se rendo l’idea… E poi mi davano fiducia. Era scontato che mi sarei comportato bene.
A partire dai 15 anni quando i miei andavano in giro per l’Italia a recitare restavo da solo a Milano. Mia madre mi lasciava i soldi sul tavolo e le lasagne surgelate in frigorifero. Se non volevo andare a scuola mi firmavo la giustificazione. Ma non ne ho mai approfittato. Se ti danno fiducia si sviluppa il desiderio di non deludere che è più forte di qualunque minaccia disciplinare. È incredibile che la maggioranza dei genitori non capisca questo.
Quando mia figlia Jaele aveva già 18 anni la preside mi mandò a dire che dovevo andare a scuola a firmare il libretto delle giustificazioni. Le telefonai e le dissi che era una richiesta illegale in quanto Jaele era maggiorenne. Lei mi rispose che avevo ragione ma che c’era stata una rivolta dei genitori che pretendevano di avere il controllo delle assenze dei figli. Tagliai corto. “Va bene signora, Lei dia il libretto a mia figlia, Jaele lo firma con la mia firma e poi glielo ridà, anche perché le firme le ha sempre fatte lei fin dal primo anno quindi la mia firma non sapete neanche com’è”. Per inciso passò la maturità con una valutazione tra le migliori della scuola.
Un’altra legge fondamentale mio padre me l’ha regalata quando avevo 6 anni. Stavo disegnando ma quel che avevo realizzato non mi piaceva e dico: “Questo lo butto via perché è brutto!”. E mio padre: “NO, non farlo, quando un disegno ti è venuto male devi insistere, trovare il modo di migliorarlo!.” Tutte le grandi opere d’arte hanno dentro un errore che è stato difficile correggere. Un concetto difficile da capire per un bambino. Ma la spiegazione me la diede con i fatti pochi giorni dopo.
Stava dipingendo sopra un’asse di legno il viso di una donna. Mi sembrava bellissimo… D’un tratto dice: “Non va bene” prende l’asse e va verso il bagno. E io dietro. Mette il dipinto nella vasca, apre la doccia e l’acqua scioglie il colore. E io mi metto a piangere. Pensavo che fosse impazzito. E non è bello quando hai 6 anni e capisci che tuo papà è pazzo. Poi però capii. In alcuni punti l’asse era restata macchiata, in altri punti il colore era già secco e aveva resistito. E lui riprese a lavorarci sopra coi pennelli e alla fine venne fuori un viso ancora più bello di quello che aveva distrutto.
Non arrendersi, insistere, è una legge assoluta se vuoi realizzare la tua passione. Due mesi prima di morire Dario recitò Mistero Buffo a Roma. Prima dello spettacolo lo vidi nel suo camerino, su una sdraio, che riascoltava la registrazione dell’ultima replica dello spettacolo. Mi commosse, era già molto malato e sapeva di avere poco tempo. E Mistero Buffo lo aveva recitato almeno mille volte, ma lo riascoltava ancora alla ricerca di qualche frase che poteva migliorare.
La terza legge è la più difficile da capire. Io avevo iniziato a recitare sotto falso nome, perché volevo capire se potevo farcela senza approfittare del mio cognome. Recitavo ovunque ci fosse un pubblico disposto ad ascoltarmi: per strada, nei ristoranti, capannoni, palestre. Quando dopo parecchi anni ebbi la possibilità di recitare in un vero teatro con il palcoscenico, il sipario e le poltrone rosse, mio padre si sentì in dovere di darmi una lezione di recitazione. Non lo aveva mai fatto. Era scontato che guardando i miei che recitavano avessi capito come si fa.
La regola era: guarda e impara. Venne in camerino e mi disse: “Se puoi, prima di uno spettacolo fai una passeggiata, che ti aiuta. Non essere tropo attaccato al risultato. Lo spettacolo migliore non l’ho fatto quando ci tenevo perché in sala c’era il grande critico teatrale… Anzi, sono riuscito a dare il massimo in serate in posti sperduti che non avevo neanche voglia di recitare; poi siccome sono un professionista mi sono impegnato ed è venuto fuori il meglio. E ricordati: quando sali sul palcoscenico devi pensare che davanti hai degli amici che si sono messi il cappotto per uscire di casa e venire a vederti!”.
Ma perché è così importante tonificare il corpo passeggiando prima di uno spettacolo? Perché se vuoi fare bella figura a tutti i costi, con il critico teatrale, lo spettacolo viene fuori meno bello? Perché è così importante sapere che quando reciti hai davanti degli amici?
Ho impiegato parecchio a capire quella lezione che durò meno di tre minuti… Tempo dopo, durante un corso di teatro ad Alcatraz, una giovane attrice, Piera Conti, mi chiese: “In uno spettacolo io entravo in scena per a prima volta completamente coperta da un lenzuolo. Non facevo nulla di strano, camminavo e basta. E il pubblico rideva. Ad un certo punto mi sono ammalata e sono stata sostituita da un’altra attrice che faceva esattamente la stessa cosa ma nessuno rideva. Perché?”. Io non sapevo cosa rispondere e quando incontrai mio padre glielo chiesi. E lui mi disse: “Sì, certo, è l’attitude”. Cazzo! Pensai io, e me lo dici dopo 30 anni che recito?
Va beh… venne fuori che “l’attitude” è una parola del gergo degli attori, vuol dire molto di più della parola “attitudine”. Cioè, quando reciti si instaura un rapporto con il pubblico che è fisico, psicologico, la comunicazione è potente grazie ai neuroni specchio… Le parole, i movimenti, le espressioni del viso sono solo una parte della tua comunicazione. E i messaggi che mandi a livello inconscio non li puoi falsificare, dentro c’è tutto, quel che pensi, quel che desideri, la tua scala di valori.
Se ti interessa solo il successo, fare bella figura col critico teatrale, non funzioni bene. Se reciti perché gli spettatori sono tuoi amici, perché vuoi dire qualche cosa di importante, perché ci credi, allora sì che la tua comunicazione arriva.
E siamo alla quarta legge di natura, una legge facile da capire che alcuni non riusciranno mai a praticare. Fare qualche cosa per gli altri ti cambia la vita. La solidarietà, la cooperazione, la condivisione sono medicine potenti per l’anima. E anche per il corpo. Quando stai morendo una parte della tua mente ti chiede di fare un bilancio. È una parte della tua mente estremamente potente. E se hai vissuto solo per il tuo vantaggio, se non hai avuto pietà, se non hai fatto il possibile per alleviare il dolore di altri, allora la tua vita è stata priva di senso. E quando quella parte di te ti chiede: “Cosa hai fatto per gli altri?”. E tu non hai niente da rispondere allora muori male. E ogni tua cellula ti maledice perché hai tradito la vita. E l’inferno è lì, mentre muori. Un inferno che dura solo un istante. Ma ti fa molto molto male.
Il giorno che ho visto mio padre più felice non è stato quando ha vinto il Nobel ma quando ha consegnato a 36 associazioni di disabili 36 pulmini modificati per trasportare carrozzine. Tutti quei pulmini schierati in quella piazza e mio padre era contento come un bambino. Aveva speso tutti i soldi del premio Nobel: 1 miliardo e 650 milioni di lire. E non aveva comprato solo 36 pulmini, con mia madre avevano ricostruito tetti, aiutato cento situazione con denaro contante, fornito avvocati, mobilio e tanto altro e oltre ai soldi del Nobel avevano speso più di un milione e mezzo di euro grazie alla sponsorizzazione di Volkswagen, Apple e Banca Popolare di Milano.
Beh… queste sono soddisfazioni. Ed è chiaro che poi quando reciti la gente muore dal ridere.