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Referendum sulla giustizia, alle 12 affluenza alle urne quasi al 15%. Perché è determinante

Gli ultimi sondaggi hanno dato il No il vantaggio, ma secondo la maggior parte degli analisti una percentuale di votanti superiore al 50% potrebbe favorire il Sì
Referendum sulla giustizia, alle 12 affluenza alle urne quasi al 15%. Perché è determinante
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Ha sfiorato il 15%, alle 12, l’affluenza alle urne per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, con cui i cittadini sono chiamati a confermare o bocciare la revisione della Carta che introdurrebbe la separazione delle carriere, la creazione di due Csm (uno per i giudici, l’altro per i pm) e una Corte disciplinare autonoma. Con il quorum non richiesto per la validità, la partecipazione al voto è un elemento decisivo. Gli ultimi sondaggi hanno dato il No il vantaggio, ma secondo la maggior parte degli analisti una percentuale di votanti superiore al 50% potrebbe favorire il Sì. Questo perché l’elettorato di centrodestra è sembrato meno interessato al quesito rispetto a quello di centrosinistra, più mobilitato nelle ultime settimane. Se partecipasse più del previsto, potrebbe incidere sul risultato.

In otto regioni l’affluenza è stata superiore alla media: in testa l’Emilia Romagna (19,4%) seguita da Friuli-Venezia Giulia (17,8%), Lombardia (17,57) e Liguria (17,5), Veneto (17,06), Toscana (16,9), Lazio (16,26) e Marche (15,6). A Milano sono andati alle urne il 17,09% degli aventi diritto, come a Roma, a Bologna oltre il 21%, a Firenze il 18,7%, a Palermo il 10,7, a Bari il 13,08.

Sono quattro i precedenti referendum costituzionali a cui guardare. Il primo risale al 7 ottobre 2001, quando gli elettori furono chiamati a confermare la riforma del Titolo V, voluta dal centrosinistra per ampliare le competenze delle Regioni. Il Sì prevalse, segnando l’unico intervento organico sul regionalismo approvato direttamente dal corpo elettorale. Dei 49,4 milioni di aventi diritto, votarono solo 16.843.420 cittadini, cioè il 34,05%. Il Sì si impose con il 64,21% contro il 35,79% dei No.

Cinque anni dopo, nel giugno 2006, il Paese tornò alle urne per pronunciarsi sulla riforma voluta dall’allora esecutivo di centrodestra che puntava a ridisegnare la forma di governo, introdurre un Senato federale e a conferire alle Regioni competenze esclusive su sanità, scuola e polizia locale. Il No vinse nettamente: l’affluenza si attestò al 53,8% e i voti contrari alla riforma furono il 61,29% contro il 38,71% di Sì.

Il 4 dicembre 2016 arrivò il referendum sulla riforma Renzi-Boschi che proponeva il superamento del bicameralismo paritario, la revisione del Titolo V e la soppressione del Cnel. Si recarono alle urne in 33.244.258, pari al 65,48%. La vittoria del No sul Sì fu netta: 59,12% a 40,88%.

Nel 2020 gli italiani furono chiamati a confermare il taglio dei parlamentari. La riduzione del numero di deputati e senatori, sostenuta da una larga maggioranza parlamentare, ottenne un consenso trasversale e fu approvata con oltre due terzi dei voti. Alle urne si recò il 53,8% degli aventi diritto. Il Sì ottenne il 69,9% dei voti, a fronte del 30% dei No. La riforma ha ridotto i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.

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A cura di Paolo Frosina
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