L’eclissi di Israele fra i giovani MAGA traditi da Trump: il sorpasso dell’antisionismo tra i nuovi conservatori
Un sentimento che serpeggia, in nome di quell’America First che per tanti dei suoi sostenitori, anche i più influenti, Donald Trump ha tradito. Antisemitismo, antisionismo: nelle ultime settimane si intensificano negli Usa e tra il mondo Maga dichiarazioni sovrapposte, dai confini labili, sempre più ostili a Israele. L’ultimo a metterle nero su bianco è stato Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo americano che si è dimesso affermando che “l’Iran non costituiva una minaccia imminente per la nazione ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e le sue potenti lobby americane”. Parlando con i giornalisti nello Studio Ovale, Trump ha liquidato Kent – un ex Green Beret passato prima alla Cia poi alla politica, con stretti legami con l’estrema destra delle milizie che hanno partecipato all’assalto al Congresso -, come qualcuno “debole sulla sicurezza”, quindi meglio che abbia lasciato l’amministrazione. Parole in netto contrasto rispetto a quando aveva annunciato la nomina del militare, da anni fervente sostenitore del tycoon, definendolo “un soldato che ha dato la caccia a criminali e terroristi per tutta la vita”.
Ma chi è Kent? Prima di entrare a far parte dell’amministrazione aveva cercato senza successo per ben due volte di candidarsi al Congresso. Durante la sua campagna nel 2022, pagò Graham Jorgensen, membro del gruppo dell’estrema destra dei Proud Boys, per alcune consulenze, e lavorò anche con Joey Gibson, il fondatore del gruppo nazionalista cristiano Patriot Prayer. Kent ha avuto anche contatti con Nick Fuentes, l’influencer di destra convinto che gli ebrei tengano gli Stati Uniti “in ostaggio” e che il Paese stia morendo per colpa “dell’oligarchia giudaica” (oltre che del femminismo e dell’immigrazione). In difesa di Kent si è esposto anche Tucker Carlson, il conduttore di della galassia radicale un tempo alleato di ferro di Donald Trump e ora diventato suo durissimo critico sulla guerra in Iran e ancora sulla politica israeliana. Più volte tacciato di antisemitismo, recentemente ha parlato di “persecuzione dei cristiani” in Israele e la sua intenzione è rompere l’alleanza di ferro con gli Usa. “Joe è l’uomo più coraggioso che io conosca, e non può essere liquidato come un pazzo, sta lasciando un lavoro che gli ha dato accesso alle informazioni di intelligence più importanti”, ha detto Carlson. Il giornalista, punto di riferimento dell’agenda America First e dell’universo Maga, non ha poi fatto mancare il suo sostegno a James Fishback, considerato uno degli astri nascenti del partito repubblicano o, quanto meno, un esponente in grado di intercettare i temi di interesse per i giovani conservatori. Uno in particolare: l’attacco a Israele. Si candida a governatore della Florida, ha 31 anni e allo stato attuale nessuna possibilità di vincere con soli 19mila dollari di fondi raccolti – contro i 450mila del candidato sostenuto da Trump, Byron Donalds – e i sondaggi che lo danno al 5-6%. La corsa al voto coincide con le elezioni di midterm di novembre, dunque la strada è ancora lunga. Ma quello che colpisce è la sua popolarità tra i conservatori under 35.
Durante un discorso alla University of Central Florida il 5 febbraio 2026, Fishback ha deriso la tradizione dei politici americani di visitare Gerusalemme, ha apertamente dichiarato che non visiterà Israele “per nessun motivo” se venisse eletto e bollato come “stupid wall” il Muro del Pianto. Il 10 marzo, all’11° giorno di guerra, ha dichiarato che “nessun americano dovrebbe morire per Israele“, e ha promesso di vendere tutti i 385 milioni di dollari investiti dalla Florida in obbligazioni israeliane, per dirottare quelle risorse in aiuti alle giovani coppie per l’acquisto della prima casa. “Credo che la sua ostinata attenzione a Israele e questo atteggiamento di sottile intesa nei confronti dell’antisemitismo sia quello che lo contraddistingua – ha detto Michelle Goldberg, giornalista del New York Times che lo ha seguito nei suoi comizi -. Spesso quando nominava Israele si percepiva un’ondata di energia tra i suoi sostenitori, che iniziavano ad applaudire. È il cuore del legame con questa fetta di pubblico”. Per Goldberg, osservare Fishback non significa ricavare un’istantanea di come sia oggi il Partito repubblicano, ma di quale direzione possa prendere. A colpire è il consenso che attrae cavalcando sentimenti antisemiti: se i giovani della Gen Z tendono a sfuggire l’impegno politico nel mondo reale, Goldberg ne ha incontrati tanti che hanno deciso di impegnarsi nella sua campagna elettorale dopo avere ascoltato Fuentes. “È difficile distinguere tra antisemitismo, atteggiamenti anti-israeliani e antisionismo […] Tra quella parte della destra che prende molto sul serio l’isolazionismo del “prima l’America”, c’è un notevole risentimento per la responsabilità di Israele nel trascinare l’America in guerra. E ripeto, non credo che questo sia antisemitismo”, osserva Goldberg. Anche Charlie Kirk aveva espresso posizioni contro Israele, accusandolo di “pulizia etnica” a Gaza. Il 13 ottobre 2023 – 6 giorni dopo la strage di Hamas – dichiarò che la filantropia ebraica che finanzia le università americane stava di fatto “sovvenzionando la vostra stessa rovina (diceva facendo riferimento ai donatori ebrei, ndr) sostenendo istituzioni che generano antisemiti e appoggiano assassini genocidi”. Più tardi, il 26 ottobre, parlando durante il suo podcast “The Charlie Kirk Show “, aveva attaccato la “lobby ebraica”, sostenendo che gli ebrei controllano “non solo le università, ma anche le organizzazioni no profit, i film, Hollywood, tutto quanto”. E ancora: “Alcuni dei maggiori finanziatori delle cause di sinistra e anti-bianchi sono stati ebrei americani”, aveva detto, respingendo in qualsiasi contesto accuse di antisemitismo.
Per quanto il panorama sia complesso all’interno del mondo Maga e conservatore, anche i sondaggi certificano un orientamento in chiave antisionista nelle giovani generazioni. Con preoccupanti ombre antisemite. Secondo un sondaggio del Pew Research Center di marzo 2025, dunque condotto mentre la guerra in Iran era già in corso, le opinioni negative su Israele tra i repubblicani under 50 sono passate dal 35% del 2022 al 50% del 2025. Al quadro si unisce anche un sondaggio del Manhattan Institute pubblicato a dicembre, secondo cui il pregiudizio anti-ebraico è molto più marcato tra le nuove generazioni. È emerso che il 31% dei repubblicani sotto i 50 anni definisce le proprie opinioni razziste e il 25% antisemite, contro il 4% tra gli over 50. La stessa ricerca ha riscontrato che il 37% dei conservatori ritiene che l’Olocausto sia stato “fortemente esagerato o non sia avvenuto come descritto dagli storici”. Tra i sottogruppi repubblicani, la percentuale sale al 54% per gli uomini sotto i 50 anni, al 77% tra gli elettori ispanici e al 66% tra quelli neri. I contenuti che promuovono questo orientamento vengono veicolati sui social, in particolare su X e TikTok, dove l’engagement aumenta esponenzialmente con la pubblicazione di opinioni anti-ebraiche, specie se parliamo di influencer della “nuova destra” come Candace Owens, convinta del “controllo dei media” da parte di Israele, e del nazionalista bianco Fuentes, peraltro negazionista dello sterminio durante il nazismo. Infine, un altro elemento legato al mondo della Gen Z: la settimana scorsa, i College Republicans of America – l’ala studentesca più vicina all’agenda America First con legami di peso con Turning Point Action di Kirk – hanno nominato direttore politico Kai Schwemmer, vicino a Fuentes e ammiratore dichiarato di Fishback.
Sondaggi, candidati e influencer delineano un mutamento generazionale profondo nei valori di riferimento della destra americana. Se un tempo il legame con Israele era un pilastro del conservatorismo, oggi una parte crescente della base giovanile sembra interpretare l’isolazionismo dell’’America First’ in chiave radicale, superando i confini del dibattito politico tradizionale. Resta da capire se questa evoluzione rappresenti solo una fase di passaggio o se, come suggeriscono le traiettorie di figure come Fishback e Kent, prefiguri un nuovo volto del Partito Repubblicano, più distante dai vecchi equilibri internazionali e influenzato da nuove, e più controverse, sensibilità identitarie.