“L’arte poetica è un ozioso perditempo? Bene: rendiamola pratica”
Da un appello apocrifo di Aldo Palazzeschi. Amici poeti, bando ai pudori: ne va del futuro di noi rimatori! L’onorevole Grandi, in un discorso solenne, ha dichiarato che non dovrà più esserci un’Italia di letterati e poeti. Conosco da tempo Dino Grandi, non l’ho mai sentito parlare che non avesse ragione; ma questa volta ha torto, finalmente! In Italia tutto è poesia, e così dev’essere. Grandi considera l’arte poetica un ozioso perditempo? Bene: rendiamola pratica.
Procederei per gradi, cominciando con l’elenco degli abbonati al telefono. Quando la rete telefonica milanese non andava oltre Lecco, Rho, Como, Monza e Brunate, proposi alla direzione dei telefoni di stampare sull’elenco questo titolo in versi: “Degli abbonati or ecco / l’elenco qui vi do: / Milano, Como, Lecco, / Monza, Brunate e Rho”. La direzione d’allora non accettò la proposta. Ebbene, oggi mi rivolgo alla Stipel, proponendone un altro: “Signori utenti di dovunque sia / questo è l’elenco della Lombardia”. Attendo risposta.
Un altro onorevole ha ordinato: “Via le parole straniere dalle insegne italiane!” Ci aggiungerei: “Al loro posto, insegne poetiche!” Escludiamo “Coiffeur pour dames”? Benissimo, ma sostituiamolo con due italici ottonari: “Qui c’è gusto, arte e amore / Parrucchiere per signore”.
E fin qui non siamo che al punto di partenza. Se in Italia tutto è canto, perché non debbono essere melodici anche i regolamenti? Per esempio negli uffici ministeriali: “In questo luogo ognun stia bene attento / ch’è vietato sputar sul pavimento”. La regola sarebbe più accetta se la si redigesse poeticamente. In un giardino pubblico: “Chi qui passa o un po’ dimori, / lasci stare piante e fiori”, “Il Comune si riserba / di punir chi pesta l’erba”. Faccio inoltre formale proposta al Reale Automobile Club di adottare senz’altro cartelli in versi, per leggere i quali l’automobilista, costretto a rallentare, eviterà scontri, investimenti, disgrazie e altro materiale per la cronaca nera: “Da questa parte, onde evitar pericoli, / non si permette ingresso di veicoli”, “Frena la corsa ansiosa: / svolta pericolosa!”.
Perché non bandire un concorso tra i poeti d’Italia? L’avvertimento rimato carezza l’orecchio, si imprime più presto nella memoria e non lo si dimentica più. Noi italiani siamo sempre un po’ riluttanti agli ordini bruschi e recisi, ma chi oserebbe trasgredire un monito premuroso come questo: “Son pregati i signori e le signore / di non parlare col manovratore”? È questione di psicologia! Tutti siamo disposti a accettare sorridendo una quartina ben composta e civettuola; e la ripeteremmo a noi stessi e agli altri così come cantiamo un motivetto orecchiabile, con vantaggio generale. “Si sale dalla parte posteriore e si scende dalla parte anteriore”: sentite come è brutto? E anche volgare.
Quale diversa armonia, invece, nel seguente buffetto: “S’eluder vi cale / le multe e l’ammende / di dietro si sale, / davanti si scende”. O in questi altri, succinti e compendiosi: “Non scendere o salir se il tram è in moto: / cader non vuoi, né spenzolar nel vuoto”, “Colui che igiene e buon costume cura / non deve mai sputar nella vettura”. Anche il recipe del medico, in metrica, s’aggrazia: “Sale inglese alla mattina, / dieta liquida, aspirina”. È un sollievo, già ti senti meglio.
E gli avvisi sacri nelle chiese? “Per quei che molto alla cassetta danno / indulgenza plenaria tutto l’anno”. Pian piano arriveremo a una tale diffusione dei versi che l’orario ferroviario diventerà un poema: “Va il direttissimo / con la sua soma: / Torino-Genova, / Livorno-Roma. / Quando si muove / sfrecciar lo senti, / parte alle 9, / giunge alle 20”.
A noi, dunque, poeti! L’idea è lanciata, l’ora è propizia. Il gioco è fatto. E il dado? E’ tratto.