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Stai con la famiglia nel bosco o con lo Stato? Già la domanda è ingannevole

Nessuno dei due “possiede” i figli. La comunità nel suo insieme affida ai genitori il compito della cura, ma si riserva il dovere di intervenire quando la loro autonomia non basta
Stai con la famiglia nel bosco o con lo Stato? Già la domanda è ingannevole
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La vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco” è diventata rapidamente qualcosa di molto diverso da ciò che avrebbe dovuto essere: un episodio delicato che riguarda dei bambini e che meriterebbe silenzio, prudenza e competenza. Invece, si è trasformata in un caso mediatico costruito per suscitare schieramenti ideologici e identitari, come se si trattasse di una fiction da commentare a caldo più che di una situazione reale. L’intervento di figure istituzionali di primo piano, come la presa di posizione del Presidente del Senato intenzionato a incontrare i genitori per esprimere solidarietà, ha contribuito a trasformare ulteriormente l’episodio in un simbolo politico, spingendo l’opinione pubblica verso una domanda tanto semplice quanto fuorviante: da che parte stai, con la famiglia nel bosco o con lo Stato? È proprio questa polarizzazione a rivelare un problema culturale più profondo, che attraversa il nostro Paese e che questa vicenda rende evidente in modo quasi didascalico.

Al di là dei fatti specifici, sui quali non voglio entrare, ciò che emerge con chiarezza è un fraintendimento di fondo: l’idea, ancora molto diffusa, che i figli siano “proprietà” dei genitori. Da anni la legge ha superato il concetto di potestà genitoriale sostituendolo con quello di responsabilità, un cambiamento che riconosce finalmente i bambini come soggetti di diritto, cittadini a pieno titolo, individui titolari di cura e tutele che precedono i desideri degli adulti. Eppure, nel discorso pubblico – e spesso anche in quello politico – riemerge un linguaggio che tradisce una visione proprietaria, secondo cui i figli “appartengono” alla famiglia e lo Stato dovrebbe limitarsi a non interferire. Una posizione che, per quanto possa sembrare rassicurante in tempi di sfiducia verso le istituzioni, finisce per offuscare la questione fondamentale: quando i genitori non riescono ad assolvere pienamente al loro compito di cura, chi tutela il bambino?

Se prevale l’idea che la famiglia sia uno spazio in cui lo Stato non debba entrare mai, si finisce per negare il principio stesso che regge una società democratica: la protezione dei più vulnerabili. Naturalmente il pericolo opposto – quello dello Stato etico che si appropria dei figli – è altrettanto respingente. Ma l’alternativa non può essere la scelta binaria tra famiglia proprietaria e Stato padrone. È un’impostazione ingannevole, che porta a discutere di tutto tranne che dei diritti reali dei bambini.

La verità è che nessuno “possiede” i figli: né la famiglia, né lo Stato. La comunità nel suo insieme affida ai genitori il compito della cura, ma si riserva il dovere di intervenire quando la loro autonomia non basta a garantire l’interesse del minore. È un equilibrio delicato, certo, ma è l’unico che riconosce fino in fondo la dignità dei bambini.

In questo quadro la scuola pubblica assume un ruolo decisivo. È uno dei pochi luoghi rimasti in cui le differenze sociali, culturali ed economiche si incontrano, si osservano e imparano a convivere. È un laboratorio vivo di democrazia, un bene comune da proteggere proprio perché permette ai bambini di crescere in uno spazio condiviso, aperto e plurale. Eppure, anche qui riemerge la tentazione proprietaria, quella che vorrebbe la scuola modellata non sul bene collettivo, ma sulle preferenze di ciascuna famiglia, come se l’educazione fosse un servizio privatizzabile e non un fondamento della cittadinanza.

Quando si legittimano narrative che presentano i figli come estensioni dell’identità adulta, o quando la politica si schiera automaticamente con la “famiglia” a prescindere dai fatti, si rinuncia a una visione di società costruita sul principio della cura reciproca. Ci si muove, invece, verso un modello competitivo in cui ciascuno difende i propri interessi particolari e chi è più fragile – i bambini per primi – rischia di diventare ostaggio della lotta per l’affermazione degli adulti.

E allora la vera domanda che questa vicenda ci pone non riguarda la famiglia nel bosco, né i protagonisti del caso, né i titoli dei giornali. La domanda è un’altra, e riguarda tutti noi: vogliamo vivere in una società che riconosce l’infanzia come un ambito su cui far confluire la responsabilità collettiva, o in una in cui prevale un individualismo che lascia indietro proprio chi ha meno voce per difendersi? La risposta non si trova nei talk show né nelle dichiarazioni a effetto, ma nella capacità di mantenere ferma un’idea semplice e troppo spesso dimenticata: una comunità democratica si misura da come definisce e cura i propri beni comuni, da come protegge i suoi membri più vulnerabili, non da quanto rumore riesce a fare intorno alle loro vite.

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