Fine delle correnti? Meno errori? La riforma ‘diabolica’ della giustizia non manterrà le promesse, anzi
Non si mischia sacro e profano, è vero, ma qui viene troppo facile. La divisione delle carriere è una cosa “diabolica”, e nel senso etimologico del termine: diabàllo, in greco, vuol dir proprio dividere, separare. E, di diabolico, la riforma ha tutte le tecniche, a cominciare dal tentativo dei suoi promotori di fare promesse che poi non sono in grado di mantenere.
Non sarà mantenuta, ad esempio, la promessa di limitare i danni della degenerazione del sistema delle correnti. Non serve a questo fine il sorteggio dei membri dei futuribili due CSM – che recide qualsiasi collegamento con il circuito democratico, ad oggi garantito dall’elezione di un terzo dei membri da parte dei rappresentanti dei cittadini in Parlamento, e che è un unicum nel panorama comparato, se si eccettua la Grecia dove però i membri sono estratti da un novero ristretto di soli magistrati (non anche professori e avvocati, come sarebbe da noi) e in carica per un solo anno. Una volta sorteggiati – da una lista tutta composta dal Parlamento: vatti a fidare –, nulla impedirà ai fortunati di associarsi ad una corrente e di agire di conseguenza. Insomma, il sorteggio non fa saltare il sistema delle correnti, ma semplicemente affida al caso la rappresentanza delle correnti nel CSM, mentre finora tale rappresentanza non era casuale ma era proiezione della distribuzione associativa dei magistrati, che eleggevano i membri dell’organo.
Inutile dire che non sarà mantenuta neanche la promessa di non avere più clandestini o aggressioni giudiziarie alle famiglie nel bosco, come promette certa propaganda – what a time to be alive, ragazzi. Davvero qui il nesso di causalità sfugge, salvo voler ammettere che con la riforma si sposterebbe parte della magistratura nella sfera di influenza della maggioranza politica: che terribile red flag. Anzi, la riforma avrebbe come controindicazione una inedita sovraesposizione del ruolo dei PM, anche a livello costituzionale. L’introduzione per i PM di un organo di autogoverno separato, tutto proprio – mentre attualmente giudici e PM rispondono ad un CSM in cui siedono sia giudici (di più) che PM (di meno) – agevola una logica di autoreferenzialità che fa della magistratura requirente un nuovo potere dello Stato, se non il più forte.
Ed è difficile credere che la regia di questa maggioranza politica non abbia considerato questo effetto indesiderato. Più facile credere che l’abbia ben considerato, e che, quando i tempi saranno maturi, saprà convincentemente denunciare la cosa, invocando una levata di scudi cui si offrirà come rimedio un maggior controllo da parte dell’esecutivo. A pensar male si fa peccato, ma il più delle volte si indovina.
Non sarà mantenuta, infine, la promessa di isolare il PM dai giudici, spezzando quell’appartenenza ad un’unica corporazione che minerebbe la sincera terzietà del giudice. Non lo sarà, perché pubblici ministeri e giudici saranno – sebbene in carriere divise – sempre magistrati, sempre appartenenti ad un unico potere dello Stato (tanto che anche la riforma prevede che poi, per la responsabilità disciplinare, siano sottoposti ad un collegio giudicante unico, cui partecipano sia PM che giudici), e arriveranno peraltro dal medesimo percorso di formazione, condividendo, perlopiù, anche gli stessi ambienti di lavoro.
Serve peraltro che qualcuno dica pure che il nostro sistema giustizia prevede che spesso, in un processo, a fare il giudice o il PM sia una persona che, a qualche chilometro di distanza, fa l’avvocato (si tratta dei cosiddetti magistrati onorari): qui l’appartenenza alla medesima corporazione tra chi svolge la funzione di giudice o di PM e chi fa l’avvocato dell’imputato pare improvvisamente non destare perplessità.
Quello che invece la riforma fa è introdurre nuove crepe nella tenuta della nostra democrazia. Lo fa rendendo meno difficile di quanto lo sia ora attrarre la magistratura requirente nella sfera di influenza del Governo. Non è un caso che, se è vero che in praticamente tutti i Paesi europei, così come gli Stati Uniti, le carriere sono separate – meglio: se è vero che in questi Paesi non è possibile neanche quel risibile 0,3% di passaggi da giudice a PM che c’è in Italia – è anche vero che in tutti i Paesi in cui le carriere sono divise i PM sono sottoposti all’influenza del potere esecutivo. Da forme forti di influenza, come in Francia, dove il ministro della Giustizia dispone degli spostamenti dei PM e il governo dà indicazioni su quali reati da perseguire e quali no, al Portogallo o alla Spagna, dove i PM sono indipendenti ma fanno comunque parte di una struttura gerarchica al cui capo c’è un Procuratore nominato dal Capo dello Stato su proposta sostanzialmente vincolante del governo.
Questo, per carità, la nostra riforma non lo fa direttamente: rende solo più facile il passaggio successivo, a livello di procedura e a livello di preparazione della coscienza del Paese. Quello che invece la riforma fa direttamente, questo sì, è affidare il giudizio sulla responsabilità disciplinare dei magistrati ad un tribunale speciale – l’Alta Corte disciplinare – i cui contorni non sono del tutto chiari, restando affidati alle scelte del legislatore futuro. Tra le altre cose, non è chiaro come e da chi verranno sorteggiati i suoi membri, né è chiaro quanti giudici e PM ne potranno fare parte.
Ecco, lasciare nelle mani della maggioranza politica la composizione del giudice che ha l’ultima parola sulla carriera dei magistrati (e davvero l’ultima parola, perché le sue decisioni non potranno essere impugnate se non – che assurdità – dinanzi allo stesso organo che le ha pronunciate) è qualcosa davvero di spaventoso. I cittadini sono garantiti se chi li giudica è messo nelle condizioni di poter dire un “no” a tentativi di cattura esterna senza timore di ritorsioni. Se la maggioranza politica mette le mani sul tribunale speciale che può arrivare finanche a licenziarli, altro che timori.
Una volta ci insegnavano che quando si mette mano a modificare la Costituzione bisogna fare come Ulisse, e lasciarsi legare, con funi strette, all’albero della nave, per evitare di cedere al canto delle sirene e compiere gesti inconsulti, senza via di ritorno. Questa volta l’impressione è che al canto delle più sinistre sirene si sia ceduto nel peggiore dei modi.