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Con la guerra in Iran “la minaccia alla sicurezza energetica più grave della storia”. Arabia Saudita: petrolio a 180 dollari se la crisi dura fino ad aprile

Il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, al Financial Times spiega che i consumatori non hanno ancora capito pienamente le conseguenze del conflitto. Gli attacchi incrociati agli impianti energetici causano un potenziale danno strutturale alle infrastrutture del Golfo e per far ripartire l’operatività "ci vorranno sei mesi in alcuni casi, in altri molto di più"
Con la guerra in Iran “la minaccia alla sicurezza energetica più grave della storia”. Arabia Saudita: petrolio a 180 dollari se la crisi dura fino ad aprile
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L’offensiva di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha creato “la più grande minaccia alla sicurezza energetica globale della storia”. L’avvertimento arriva dal direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), Fatih Birol, che in un’intervista al Financial Times spiega come la percezione pubblica delle conseguenze della guerra in Medio Oriente sia incompleta: “Si sa che è una sfida importante, ma non sono sicuro che la portata e le conseguenze siano davvero comprese”. Il punto è che dopo gli attacchi incrociati agli impianti energetici non determinino solo un’interruzione temporanea dei flussi, ma un potenziale danno strutturale alle infrastrutture del Golfo. Per far ripartire l’operatività “ci vorranno sei mesi in alcuni casi, in altri molto di più”. Anche nello scenario più favorevole, quello di una fine rapida delle ostilità, i tempi di recupero saranno lunghi. “Ci vorrà molto tempo” per rimettere in attività. Con la conseguenza che lo choc sull’offerta potrebbe protrarsi ben oltre la durata del conflitto, alimentando volatilità e tensioni sui mercati energetici.

Gli attacchi statunitensi e israeliani e la rappresaglia iraniana stanno già colpendo il cuore del sistema energetico globale. “Si sono fermate le arterie vitali”, osserva Birol, riferendosi non solo al petrolio e al gas ma a un intero ecosistema industriale. Dalla produzione di fertilizzanti ai prodotti petrolchimici, base per plastica, tessile e manifattura, fino a materie prime critiche come zolfo ed elio, la crisi rischia di propagarsi lungo tutte le catene del valore. Così l’aumento dei prezzi energetici si trasmette ai costi agricoli, industriali e logistici, riaccendendo le pressioni inflazionistiche.

Sui prezzi, Birol evita previsioni, ma il quadro che emerge da altri attori è già estremo. Secondo il Wall Street Journal, l’Arabia Saudita ritiene possibile un balzo del petrolio fino a 180 dollari al barile (contro i 110 circa per il Brent di venerdì 20 marzo) se lo choc dovesse protrarsi oltre aprile. In teoria sarebbe una manna dal cielo per il Paese, che deriva gran parte della sua ricchezza dalle entrate petrolifere, ma prezzi così elevati – sottolinea il quotidiano – “potrebbero spingere i consumatori ad adottare abitudini che riducano drasticamente il consumo di petrolio, potenzialmente a lungo termine, o innescare una recessione che danneggerebbe ulteriormente la domanda”. E, è il timore, “rischierebbero di far apparire l’Arabia Saudita come beneficiaria di una guerra che non ha iniziato”.

Le riserve strategiche, spesso utilizzate in passato per contenere gli choc, offrono solo un paracadute limitato. “Abbiamo ancora l’80% delle riserve disponibili”, ricorda Birol, ma si tratta di uno strumento tampone, non in grado di compensare una perdita prolungata di offerta. Il vero snodo resta lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale: senza una piena riapertura, ogni intervento resterà insufficiente. In questo contesto, il direttore dell’Iea invita però i politici europei a non allentare le restrizioni sul gas russo ripetendo “l’errore di dipendere eccessivamente dai flussi energetici provenienti da Mosca”. Non solo: ‘utilizzo del gas russo ha poco senso dal punto di vista economico, perché il suo prezzo era tradizionalmente legato al prezzo del petrolio. Per di più i gasdotti russi Nord Stream non sono operativi e la reputazione di Mosca come fornitore affidabile e a lungo termine è stata distrutta.

Sul piano geopolitico, intanto, lo scenario rischia di deteriorarsi ulteriormente. Secondo Axios, l’amministrazione Trump starebbe valutando un’operazione diretta sull’isola iraniana di Kharg, snodo strategico da cui passa circa il 90% delle esportazioni di greggio del Paese. Le opzioni includono sia un’occupazione militare sia un blocco navale per impedire alle petroliere di accedere all’isola. Un intervento di questo tipo segnerebbe un salto di qualità nel conflitto, con rischi elevati per le forze statunitensi e potenziali effetti dirompenti sui mercati. Fonti citate da Axios indicano che la Casa Bianca starebbe considerando l’operazione solo dopo aver ulteriormente indebolito le capacità militari iraniane nell’area dello Stretto di Hormuz, con una finestra operativa stimata in circa un mese.

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