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Allarme epatite A in Campania: 133 casi confermati. Il Comune di Napoli vieta il consumo di frutti di mare crudi nei locali pubblici

L'impennata di contagi ha spinto il sindaco Manfredi a vietare la somministrazione di molluschi non cotti, con multe fino a 20mila euro. Gli esperti spiegano i sintomi dell'infezione, i rischi legati ai cibi crudi e le regole d'oro per la prevenzione
Allarme epatite A in Campania: 133 casi confermati. Il Comune di Napoli vieta il consumo di frutti di mare crudi nei locali pubblici
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L’allerta sanitaria in Campania è massima: dall’inizio dell’anno si sono registrati ben 133 casi di epatite A, un’impennata che ha spinto le istituzioni a intervenire drasticamente per bloccare la catena del contagio. A Napoli, dove i dati dell’Asl 1 Centro segnalano una diffusione del virus dieci volte superiore alla media dell’ultimo decennio (passando da 3 casi a gennaio a 43 nei primi diciannove giorni di marzo), il sindaco Gaetano Manfredi ha firmato un’ordinanza urgente: è fatto divieto assoluto di somministrare e consumare frutti di mare crudi in tutti gli esercizi pubblici.

Il provvedimento colpisce ristoranti, locali con consumo sul posto e attività di produzione per il consumo immediato. Le sanzioni per i trasgressori sono severissime, con multe che vanno dai 2.000 ai 20.000 euro, fino alla sospensione dell’attività e alla revoca della licenza in caso di recidiva. L’amministrazione, inoltre, raccomanda caldamente ai cittadini di evitare il consumo di molluschi crudi anche tra le mura domestiche. Nonostante la rapida escalation, la Direzione dell’Azienda Ospedaliera dei Colli (che gestisce l’Ospedale Cotugno, in prima linea per le malattie infettive) rassicura la cittadinanza: “Non sussiste alcuna emergenza“. La situazione al Pronto Soccorso è definita stabile, con un flusso di accessi moderato e perfettamente gestibile sul piano clinico e organizzativo.

Cos’è l’epatite A e come si trasmette

L’epatite A è un’infezione acuta del fegato provocata dal virus HAV. La trasmissione avviene per via oro-fecale: ci si infetta ingerendo acqua o cibi contaminati, oppure attraverso il contatto ravvicinato con una persona già malata. Un’insidia particolare di questo virus è la sua invisibilità iniziale: il patogeno è presente nelle feci già 7-10 giorni prima che si manifestino i sintomi, rendendo il soggetto altamente contagioso a sua insaputa. Il periodo di incubazione è piuttosto lungo, variando dai 15 ai 50 giorni.

I sintomi da non sottovalutare

Nei bambini l’infezione passa spesso inosservata, mentre negli adulti il quadro clinico è più marcato: “I classici valori alti delle transaminasi sono un indicatore chiaro”, spiega Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit). “Poi possono esserci disturbi gastroenterici, sensazioni di nausea, vomito, diarrea e, in alcuni casi, anche ittero, ovvero il colorito giallastro della cute e degli occhi. Possono purtroppo verificarsi anche epatiti fulminanti gravi“. Poiché non esiste un farmaco antivirale in grado di eliminare il virus, il trattamento è di supporto e la vera arma resta la prevenzione.

Il ruolo cruciale (e pericoloso) dei molluschi bivalvi

Ma perché l’ordinanza del Comune di Napoli si è concentrata proprio sui frutti di mare? I molluschi bivalvi, come cozze, vongole e ostriche, si nutrono filtrando l’acqua in cui vivono. Se quell’acqua è contaminata da scarichi fognari contenenti il virus, i molluschi accumulano al loro interno particelle virali ad alta concentrazione.

“Il fattore di rischio numero uno sono proprio i frutti di mare consumati crudi o poco cotti”, chiarisce l’epidemiologo Massimo Ciccozzi. Sfata inoltre un mito culinario molto diffuso e potenzialmente letale: “Facemmo un esperimento: scoprimmo che cuocendo la cozza aperta per un minuto a 100 gradi si uccide il virus. Dunque, non è vero che questi molluschi sono sicuri appena si aprono”. Un altro grave errore, avverte Ciccozzi, è il cosiddetto “rinfresco” della cozza con l’acqua di mare, pratica che rischia di ricontaminare il prodotto.

Sulla stessa linea d’onda Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università di Milano, che inquadra i 133 casi come un “focolaio locale e non un’epidemia nazionale”. L’esperto raccomanda di evitare i molluschi solo parzialmente cotti o tiepidi: la cottura deve essere uniforme e prolungata.

Le regole per prevenire il contagio

Oltre all’astensione dai frutti di mare crudi (da acquistare esclusivamente attraverso i canali ufficiali controllando l’etichettatura), gli esperti ricordano alcune norme igieniche fondamentali per spezzare la catena del contagio:

  • Frutti di bosco: se freschi, vanno lavati accuratamente. Se surgelati, l’Istituto Superiore di Sanità impone di portarli a ebollizione a 100° C per almeno 2 minuti. Non vanno mai usati crudi e ancora congelati per guarnire dolci o yogurt.
  • Igiene personale e in cucina: lavare le mani con acqua e sapone per almeno 20 secondi prima di cucinare, mangiare o dopo essere stati in bagno.
  • Contaminazione crociata: separare sempre alimenti crudi e cotti, usando taglieri e coltelli diversi, e sanificare scrupolosamente i piani di lavoro.
  • Acqua sicura: bere e lavare gli alimenti solo con acqua potabile controllata.
  • Vaccinazione: “Resta la misura più efficace”, ricorda Pregliasco. Prevede due dosi ed è cruciale soprattutto per chi vive a stretto contatto con persone infette. La tempestività in caso di esposizione al virus è vitale per l’efficacia della profilassi.

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